sabato 19 marzo 2011

"Abbiamo agito in buona fede", Ciccarelli e Palermo si difendono

Sono stati interrogati ieri mattina Antonio Ciccarelli e Francesco Palermo, i due responsabili della Gival arrestati martedì mattina su disposizione della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria. I due fondani, difesi dagli avvocati Giulio Mastrobattista e Pierluigi Avallone, hanno negato ogni addebito. Ma non solo, hanno presentato anche copiosa documentazione a loro discolpa. Di particolare rilevanza è una lettera che l’ingegner Palermo aveva inviato, in tempi non sospetti, al commissariato e al sindaco di Polistena per avere indicazioni su ditte «pulite» a cui subappaltare i lavori. Lettera presentata al gip, Tiziana Coccoluto, con tanto di copia della raccomandata con cui è stata spedita e ricevuta dell’invio via fax. Una missiva che, come ha detto lo stesso Palermo in sede di interrogatorio, non ha mai ricevuto risposta. In sintesi i due hanno giocato sulla buona fede delle loro azioni. A supporto di tale versione dei fatti, sono i numeri. A loro carico, infatti, sono contestati tre affidamenti ad altrettante ditte vicine al clan Longo, quando, in realtà, sono almeno una ventina i singoli affidamenti a ditte terze da parte della Gival a Polistena. Naturalmente diversa la visione del Gip del Tribuanle di Reggio Calabria che ne ha disposto l’arresto. «Sanno benissimo gli organismi della Gival – si legge nell’ordinanza - quali sono state le vicende della ‘ndrina in argomento, quali gli assalti giudiziari, quale l’intendimento delle forze dell’ordine tendenti a braccare il Longo Vincenzo per assicurarlo alla giustizia. Eppure consapevolemente e volontariamente hanno deciso di sub-appaltare l’intero ciclo di lavorazione dell’appalto pubblico milionario conseguito a ditte e realtà imprenditoriali tutte riconducibili a soggetti appartenenti allo stesso clan». I lavori al centro delle attenzioni investigative, come noto, sono quelli per la ristrutturazione del Liceo scientifico «Renda». Una vicenda che sta suscitando molto clamore a Fondi soprattutto per la figura di Ciccarelli, a lungo consigliere comunale della città della piana. Lui e suo cognato Palermo sono accusati di concorso esterno in associazione mafiosa.
Riccardo Antonilli

venerdì 18 marzo 2011

Accusati di aver favorito la 'ndrangheta, ex consigliere comunale e suo cognato in manette

Due fondani sono finiti in manette nell'ambito di un'operazione della Dda di Reggio Calabria. Si tratta dell'ex consigliere comunale Antonio Ciccarelli e di suo cognato Francesco Palermo, ambedue 61enni. Ciccarelli in qualità di geometra della Gival, Palermo come amministratore unico della stressa società, che a Fondi gestisce due cave, una da 180mila metri quadri in via Pantanello e un’altra in zona San Raffaele, oltre a numerosi cantieri in tutta Italia. Sono accusati di concorso esterno in associazione mafiosa. I due sono stati arrestati dagli agenti della squadra mobile di Latina e dagli uomini del commissariato di Polizia di Fondi. Ciccarelli e Palermo, attraverso la società Gival, hanno acquisito appalti pubblici nel Comune di Polistena, in provincia di Reggio Calabria. Fin qui tutto in regola. Poi, però, secondo la ricostruzione degli inquirenti, hanno consentito che i lavori fossero effettivamente realizzati da ditte direttamente riconducibili alla famiglia mafiosa Longo – Versace. Inoltre, al fine di aggirare la normativa antimafia sugli appalti pubblici, hanno fatto risultare come assunti nella società fondana soggetti appartenenti al clan criminale che erano, invece, dei veri e propri imprenditori. In questo modo potevano gestire direttamente i lavori. Tra i diversi appalti, la Gival è stata aggiudicataria, nell'ambito di un'associazione temporanea d'impresa, della ristrutturazione del polo scolastico "Renda" di Polistena. E proprio su tale appalto si sono concentrate le attenzioni della polizia e dei magistrati della Dda, che hanno rilevato delle irregolarità. La Gival ha individuato sul territorio e commissionato i lavori, mediante subappalti di forniture e di servizi, a ditte individuali, imprese e società tutte riconducibili a soggetti appartenenti alla cosca Longo. In totale sono 35 le persone arrestate questa mattina. Tra cui anche altri responsabili dell'azienda fondana: Gianluca Calzaretta 38 anni, geometra della stessa ditta e Francesco Guarini, 26 anni, assistente di cantiere della Gival. Ambedue residenti in provincia di Salerno. Sotto sequestro preventivo due ville residenziali e tredici ditte. Il valore complessivo dei beni per cui sono scattati i sigilli si aggira intorno ai 30 milioni di euro. L’operazione è stata denominata Scacco matto. Gli altri 31 arrestati sono accusati a vario titolo di associazione a delinquere di tipo mafioso, estorsioni, danneggiamenti, furti, detenzione e porto abusivo di armi, anche da guerra ed esplosivi, acquisizione in modo diretto e indiretto di appalti pubblici ed attività economiche, concessioni di autorizzazioni e servizi pubblici, intestazione fittizia di beni. Per gli inquirenti la cosca Longo – Versace avrebbe tenuto sotto scacco tutte le attività illecite a Polistena negli utlimi trent’anni. Un gruppo criminale tanto potente da condizionare sotto ogni punto di vista la propria cittadina. Questo grazie alla forza delle intimidazioni a commercianti e imprenditori. Tornando a Fondi, a fare rumore nella piana, è l'arresto di Ciccarelli, detto Tonino, consigliere comunale eletto nelle liste di Forza Italia, dimessosi nel 2009. Non è la prima volta che l'ex esponente azzurro finisce al centro delle cronache. A luglio 2008 era stato condannato a due anni per l'emissione di false fatture, tra la Cavin, società proprietaria della cava di via Pantanello, e la sopraccitata Gival. Poi assolto dalla prima sezione della Corte di Appello di Roma. Sempre nel 2008 una parte della cava di via Pantanello era stata sequestrata dal Nipaf per irregolarità nello stoccaggio dei rifiuti. Area, successivamnerte, dissequestrata. Ciccarelli e Palermo sono stati condotti presso la casa circondariale di Latina, dove restano a disposizione dell’autorità giudiziaria.
Riccardo Antonilli

domenica 13 marzo 2011

Stalking, arrestato dopo l'ultima scena di violenza

Si è reso protagonista di scene di violenza inaudite contro l'ex. Per questo, ieri sera, il 39enne Luigi Cella è stato arrestato dagli agenti del commissariato di Polizia di Fondi. Gli uomini guidati dal vice questore Massimo Mazio sono intervenuti al culmine di quello che è stato l'ultimo terribile atto di un copione fatto di maltrattamenti ai danni dell'ex compagna. Il tutto si stava consumando sotto l'abitazione della donna. Intorno alle 19 di venerdì, il Cella ha cercato di incontrare la 45enne fondana, N.R., con cui aveva avuto in passato una relazione. La donna, che già lo aveva denunciato per stalking, si è chiusa in garage. La rabbia del 39enne a quel punto ha avuto il sopravvento e con un'asta metallica ha prima danneggiato la vettura dell'ex compagna e poi un cassonetto per l'immondizia. Inutilmente alcuni vicini hanno tentato di farlo desistere. Non c'è stato nulla da fare, il 39enne ha continuato a colpire e a minacciare di morte la donna. Il Cella si è fermato solo all'arrivo degli agenti della squadra volante. A carico del 39enne sono stati formulati vari reati: danneggiamenti aggravati, violenza privata, porto abusivo d'arma impropria, oltre allo stalking. Per lui sono scattate le manette. L'arrestato ha quindi accusato una fantomatica terza persona, accorsa a suo dire in soccorso dell'ex compagna, di averlo colpito con una coltellata ad una mano. Le testimonianze dei presenti e della vittima hanno immediatamente permesso di sgongiurare questa ipotesi. La ferita era frutto della violenza con cui aveva inferto i colpi alla vettura e al cassonetto. Portato dai poliziotti al Pronto Soccorso del «San Giovanni di Dio» e sottoposto a tutti gli esami del caso, è stato dimesso e trasportato nel carcere di Latina. Il suo fermo è stato convalidato dal pm di turno, Monsurro.
Riccardo Antonilli

Violenza su minore, niente processo

Era accusato di violenza sessuale ai danni di una minorenne. Il giudice per l'udienza preliminare Nicola Iansiti, ieri mattina, ha disposto il non luogo a procedere per Antonio M.. Il giovane fondano, all'epoca dei fatti 18enne, era difeso dall'avvocato Maurizio Forte. Il pubblico ministero Vincenzo Saveriano aveva chiesto il rinvio a giudizio per violenza sessuale. L'episodio per il quale il fondano era finito nei guai risale al 2007. Secondo la ricostruzione della vittima, che al momento del presunto tentativo di violenza aveva appena undici anni, il giovane con altri tre minorenni, l'avrebbero portata in località Toronto a Fondi. Zona buia e isolata e lì avrebbero iniziato a denudarsi. Poi, improvvisamente, a causa di una telefonata ricevuta dal 18enne, il gruppo se la sarebbe svignata. La ricostruzione ha portato il giudice a scegliere di non procedere a carico del ragazzo maggiorenne, in quanto non sarebbe ipotizzabile il reato di violenza sessuale. Non reggeva neanche l'accusa di tentata violenza, in quanto, anche secondo quanto riferito dalla vittima in sede di incidente probatorio, non sarebbe stata toccata dal "branco". La storia non finisce qui. O meglio, il 18enne esce di scena, ma restano protagonisti la ragazza e i presunti aguzzini minorenni. Per loro è in piedi un altro procedimento presso il Tribunale dei Minori. Per l'episodio in cui era protagonista il 18enne e per un altro tentativo di violenza, successivo al primo. Siamo sempre all'estate del 2007. Il gruppo di giovanissimi, a cui secondo la ricostruzione della ragazzi si erano uniti altri amici, avrebbe costretto la giovanissima a soddisfare le voglie sessuali di tutti. Evitiamo l'accadimento nel dettaglio, ma è indicativo sapere che è bastato perché si ipotizzi la violenza sessuale di gruppo che nella nuova formulazione del codice non richiede un rapporto completo. La vittima era rimasta in silenzio fino a circa un anno fa, quando ha rivelato l'accaduto. Da qui partono la denuncia e i successivi accertamenti. Una vicenda complessa, basata sui ricordi di una ragazza che all'epoca dei fatti non aveva ancora compiuto dodici anni. Solo il procedimento giudiziario potrà far luce su quanto accaduto nei presunti episodi di violenza.
R.A.

domenica 13 febbraio 2011

Piazzò una bomba davanti ad un ristorante, condannato a due anni

Sono stati disposti gli arresti domiciliari per il 21enne Adrian Sergiu Cornea. Il giovane di origini rumene,ma residente a Monte San Biagio, nei gironi scorsi, era stato condannato a due anni e al pagamento di 400 euro di multa per aver piazzato la bomba che distrusse il ristorante "Arancio e Cannella" di Roma. I reati a suo carico erano porto e detenzione di materiale esplodente al fine di attentare la pubblica incolumità e danneggiamenti. Difeso dall’avvocato Guglielmo Raso, per lui il pubblico ministero De Cecilia aveva chiesto quattro anni e espresso parere contrario alla misura degli arresti domiciliari. Il giudice del Tribunale di Roma, Pavone, alla fine del rito abbreviato, lo ha condannato a due anni, con i domiciliari. Il giovane era stato arrestato dai carabinieri del Nucleo investigativo di Roma, su disposizione del gip Aldo Morgigni che aveva ipotizzato a suo carico il reato di detenzione e porto di materiale esplodente. I fatti risalgono al 22 maggio 2009. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il Cornea piazzò l’ordigno esplosivo nel ristorante situato via Pianeta Giove, in zona Torrino. Una circostanza ricostruita attraverso il rilievo delle impronte digitali del giovane sui resti della bomba composta con benzina e tritolo e dalla localizzazione del cellulare usato dall’arrestato. Non a caso, l’arresto arrivò diversi mesi dopo il fatto. Un’indagine lunga e complessa, andata a buon fine grazie ai rilievi scientifici. L’ordigno, piazzato davanti all’ingresso del locale, esplose intorno alle 2 e 30 di notte. La deflagrazione distrusse alcuni tavolini all’esterno del locale, una vetrina e la saracinesca. Nell’attentato, per fortuna, non ci furono né vittime né feriti. Il rumeno non era comunque sconosciuto alle forze dell'ordine. Addirittura nel giugno dello stesso anno (quindi un mese dopo il fattaccio) fu fermato dalla Guardia di Finanza mentre si scambiava droga con Said Mader, 23enne fondano di genitori marocchini.

Addebiti fantasma, il giudice di pace di Fondi condanna la Telecom

Il giudice di pace di Fondi ha riconosciuto l'inadempimento della società Telecom Italia, condannandola al pagamento di quanto precedentemente stabilito in sede di conciliazione e all'ulteriore pagamento delle spese legali che l'utente ha dovuto sostenere per vedere riconosciuto il proprio diritto. Ripercorriamo la vicenda con ordine. Nell'ottobre 2007 un consumatore fondano, a causa degli ormai e purtroppo noti addebiti su fattura di costi relativi a collegamenti internet mai effettuati, si è rivolto alla Confconsumatori Federazione Provinciale di Latina dando corso alla normale procedura di reclamo prima e successivamente alla Camera di Conciliazione Paritetica istituita proprio dalla Telecom Italia. In questa sede i conciliatori hanno riconosciuto al consumatore la somma 392,40 euro. Cifra, che nonostante i numerosi solleciti, non è stata mai corrisposta. A questo punto i legali della Confconsumatori hanno provveduto a notificare l'atto di citazione per il riconoscimento di quanto dovuto. Giudizio che ha trovato conclusione positiva con la recente sentenza emessa dal giudice di pace di Fondi, che ha riconosciuto il buon diritto del consumatore condannando la Telecom Italia S.p.A. al pagamento della somma dovuta, degli interessi legali e delle ulteriori spese legali che sono state sostenute.
“Ancora una volta – afferma l'avvocato Franco Conte, presidente provinciale della Confconsumatori - si è dovuti assistere alla prepotenza del gestore telefonico di turno il quale anche avendo riconosciuto il proprio obbligo nei confronti del consumatore, ha comunque continuato a porre in essere comportamenti dilatori e ostruzionistici. E' grave che ogni volta si debba essere costretti a iniziare un giudizio per recuperare una somma dovuta. Allo stesso tempo – conclude - è importante ricordare ai consumatori di non rinunciare mai ai propri diritti e che comunque ci si può rivolgere alla Confconsumatori per ricevere assistenza e consulenza anche a mezzo dei propri legali.”
Riccardo Antonilli

sabato 29 gennaio 2011

Stupro, assolti dopo aver passato dodici mesi dietro le sbarre

Sono stati un anno in carcere, prima di essere assolti dall’accusa di stupro. Quattro indiani, Singh Chet, Singh Daljt, Singh Breabah e Singh Harbret, difesi dall’avvocato Gaetano Coronella, ieri pomeriggio sono stati scagionati, con formula dubitativa, dall’infamante accusa di aver violentato a turno una 25enne di Fondi. Il collegio presieduto da Lucia Aielli, a latere Toselli e Mattioli, dunque, ha messo la parola fine ad una vicenda che da sempre è stata caratterizzata da contorni incerti. La giovane, secondo la ricostruzione degli inquirenti, Simona N., fu prelevata con la forza, portata in un casolare abbandonato e, a turno, fu stuprata dai quattro. Gli extracomunitari erano poi stati fermati. Gli agenti della squadra volante del commissariato di Polizia di Fondi, diretto dal vice questore Massimo Mazio, la sera del 23 gennaio 2010, si erano recati presso piazzale delle Regioni, nel quartiere Portone della Corte. Qui un’amica della vittima dell’allora presunta violenza, aveva chiesto l’intervento della Polizia. Gli agenti, sul posto, avevano trovato Simona N. in un visibile e profondo stato di prostrazione fisica e psicologica, che, in lacrime, aveva riferito quanto accaduto. La presunta vittima aveva raccontato di essere stata prelevata con la forza e violentata, in un’abitazione posta nelle vicinanze del Boschetto, un noto ristorante, ubicato sulla provinciale Fondi - Lenola. I poliziotti non ci avevano messo molto a rintracciare i quattro cittadini extracomunitari, le cui fattezze fisiche corrispondevano alla descrizione resa dalla vittima. Prontamente erano stati fermati e identificati come autori della violenza sessuale di gruppo. I quattro, vista la gravità degli eventi ipotizzati e non escludendo la possibilità di fuga, erano stati tradotti nel carcere di Latina, dove sono rimasti per dodici lunghi mesi.
Riccardo Antonilli