venerdì 6 maggio 2011
Confiscati beni per 10 milioni a Franco Peppe
La Direzione Investigativa Antimafia di Roma, su disposizione del Tribunale di Latina, questa mattina è piombata a Fondi per confiscare i beni dell'imprenditore Franco Peppe e dei suoi familiari. Ad essere confiscati: una villa con piscina, 4 fabbricati, 36 appezzamenti di terreno, numerose quote societarie riferibili a 11 imprese di Roma e Fondi, e rapporti bancari, per un valore complessivo di oltre 10 milioni di euro. Il Peppe, sin dal 1999, è risultato, nel corso delle indagini condotte dalla Dia di Roma, in rapporti di affari tutt'altro che limpidi con la nota famiglia di origine calabrese dei Tripodo, da anni operante nel basso Lazio ed in particolare con Antonino Venanzio. Il sodalizio criminoso era interessato all'acquisto di prodotti ortofrutticoli e alla successiva distribuzione degli stessi proprio attraverso le ditte facenti capo al Peppe, con l'unico scopo di controllare le attività economiche di taluni settori del Mercato Ortofrutticolo di Fondi. Un quadro emerso grazie all'operazione Damasco 2 del luglio 2010 che portò all'arresto di 17 persone tra cui Peppe e Tripodo. Poi, a settembre dello scorso anno, il direttore della Direzione Investigativa Antimafia, generale dei carabinieri Antonio Girone aveva chiesto e ottenuto il sequestro dei beni dell'imprenditore fondano. Adesso, dopo quasi 8 mesi, è arrivata la confisca.
domenica 17 aprile 2011
Tentata violenza sessuale, un pastore in manette
Un pastore 34enne di Monte San Biagio è finito in manette per “tentata violenza sessuale aggravata e lesioni aggravate” nei confronti di una donna. L’uomo è stato arrestato stamane dal personale della squadra di Polizia Giudiziaria del commissariato di Fondi, con il supporto dei colleghi della Volante. Gli agenti guidati dal vice questore Massimo Mazio lo hanno arrestato su disposizione del giudice per le indagini preliminari, Nicola Iansiti.
A fine marzo una donna di 32 anni ha sporto denuncia nei confronti di due pastori di Monte San Biagio che, a suo dire, avevano tentato i abusare di lei, mentre si trovava in campagna per la raccolta. Un racconto terribile quello della 32enne. I due, secondo quanto riferito alla polizia, avevano tentato di avere un rapporto sessuale con le maniere forti, usando un coltello per minacciarla e strappandole con violenza i vestiti di dosso, tentando anche di immobilizzarla a terra per non farla gridare. Nonostante ciò, soltanto il sangue freddo e l’immediata reazione della vittima, avevano evitato il peggio. La 32enne, infatti, era riusciva ad urlare, richiamando l’attenzione di un’altra donna e riuscendo così a fuggire verso casa. Pertanto, sulla base delle descrizioni fornite agli inquirenti, dopo poco tempo gli uomini di Mazio sono riusciti ad individuare i presunti aggressori, riconosciuti dalla vittima, e, grazie anche ad una testimonianza, è stata inviata l’informativa di reato in Procura. Il pubblico ministero Eleonora Tortora ha chiesto al gip un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa in mattinata da Iansiti. In seguito all’arresto è stata anche perquisita l’abitazione del pastore, grazie a cui è stato rinvenuto il coltello che con tutta probabilità è stato utilizzato per intimorire la vittima. Le indagini vanno avanti per individuare il complice.
Riccardo Antonilli
A fine marzo una donna di 32 anni ha sporto denuncia nei confronti di due pastori di Monte San Biagio che, a suo dire, avevano tentato i abusare di lei, mentre si trovava in campagna per la raccolta. Un racconto terribile quello della 32enne. I due, secondo quanto riferito alla polizia, avevano tentato di avere un rapporto sessuale con le maniere forti, usando un coltello per minacciarla e strappandole con violenza i vestiti di dosso, tentando anche di immobilizzarla a terra per non farla gridare. Nonostante ciò, soltanto il sangue freddo e l’immediata reazione della vittima, avevano evitato il peggio. La 32enne, infatti, era riusciva ad urlare, richiamando l’attenzione di un’altra donna e riuscendo così a fuggire verso casa. Pertanto, sulla base delle descrizioni fornite agli inquirenti, dopo poco tempo gli uomini di Mazio sono riusciti ad individuare i presunti aggressori, riconosciuti dalla vittima, e, grazie anche ad una testimonianza, è stata inviata l’informativa di reato in Procura. Il pubblico ministero Eleonora Tortora ha chiesto al gip un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa in mattinata da Iansiti. In seguito all’arresto è stata anche perquisita l’abitazione del pastore, grazie a cui è stato rinvenuto il coltello che con tutta probabilità è stato utilizzato per intimorire la vittima. Le indagini vanno avanti per individuare il complice.
Riccardo Antonilli
martedì 12 aprile 2011
Sequestrata la villa di Cipriano Chianese a Sperlonga
La Dia di Napoli è piombata a Sperlonga. Gli uomini dell’antimafia hanno dato esecuzione al decreto di sequestro preventivo di beni emesso dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, su proposta del direttore della Dia, il generale dei carabinieri Antonio Girone, nei confronti di Cipriano Chianese. Il 57enne di Parete è un noto avvocato e imprenditore operante nel settore dello smaltimento dei rifiuti, già raggiunto nel marzo 1993 e nel 2007 da ordinanze di custodia cautelare per vicende connesse al traffico di rifiuti e all’appartenenza al clan dei casalesi, attualmente a giudizio con l’accusa di associazione per delinquere di stampo camorristico. A Sperlonga, in particolare, i sigilli sono scattati per una faraonica villa di 21 stanze con annessa piscina. L’operazione di ieri, condotta in collaborazione con la Dia di Padova, ha riguardato anche Franco Caccaro, 49enne di Campo San Martino, comune in provincia di Padova, con precedenti di polizia per reati finanziari, individuato dalle indagini come intestatario di beni e società di fatto riconducibili al Chianese. I beni per i quali il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha disposto il sequestro, sono, oltre alla villa sperlongana, un fabbricato e un immobile siti a Parete, quest’ultimo era utilizzato come abitazione casa della figlia di Chianese ed è dotato di ogni confort tra cui bagno turco, sauna e complesso aeroterapico; una MG B intestata a Chianese; una BMW X5, intestata a Filomena Menale; altre due BMW, una 525 e una 120 D, intestate a Gianluca Lauro; e un capannone industriale sito in Santa Giustina in Colle (PD), intestato alla società Tecnologie per l’Ambiente Srl. Il valore complessivo dei beni sotto sequestro è, secondo stime prudenziali, di oltre 13 milioni di euro. Tornando alla villa di Sperlonga, nel corso delle indagini è emerso che era stata presentata una falsa richiesta di condono edilizio. L’obiettivo era cercare di farla passare per una costruzione ante 1980, quindi sanabile. Dichiarazione smentita dalle indagini della Dia, che ha dimostrato con rilievi aerofotogrammetrici e testimonianze di chi ha effettuato i lavori di ristrutturazione ed ampliamento, che le modifiche alla piccola villa originaria sono avvenute dopo il 1990, e che hanno portato il valore della villa a circa 4 milioni di euro dai 160mila originari. Ma chi è Chianese? Il «re» dello smaltimento illegale dei rifiuti. L’avvocato e imprenditore, attualmente, si trova agli arresti domiciliari perché colpito da un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Napoli il 30 dicembre 2009. Chianese è il protagonista assoluto della penetrazione camorristica nel settore dei rifiuti. Gli inquirenti si sono trovati davanti all’«inventore» del sistema delle ecomafie nella sua declinazione campana. E come se non bastasse, è stato accertato che Chianese ha «saputo adattarsi al mutamento determinato dall’instaurazione della gestione commissariale dei rifiuti, allacciando con il subcommisssario ai rifiuti Facchi un rapporto ora collusivo ora intimidatorio dal quale ha tratto rilevantissimi profitti illeciti». Uno che trasformava la «monnezza» in denaro, guadagnando, negli anni ’90, fino a 700 milioni di lire al mese.
Riccardo Antonilli
Riccardo Antonilli
sabato 19 marzo 2011
"Abbiamo agito in buona fede", Ciccarelli e Palermo si difendono
Sono stati interrogati ieri mattina Antonio Ciccarelli e Francesco Palermo, i due responsabili della Gival arrestati martedì mattina su disposizione della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria. I due fondani, difesi dagli avvocati Giulio Mastrobattista e Pierluigi Avallone, hanno negato ogni addebito. Ma non solo, hanno presentato anche copiosa documentazione a loro discolpa. Di particolare rilevanza è una lettera che l’ingegner Palermo aveva inviato, in tempi non sospetti, al commissariato e al sindaco di Polistena per avere indicazioni su ditte «pulite» a cui subappaltare i lavori. Lettera presentata al gip, Tiziana Coccoluto, con tanto di copia della raccomandata con cui è stata spedita e ricevuta dell’invio via fax. Una missiva che, come ha detto lo stesso Palermo in sede di interrogatorio, non ha mai ricevuto risposta. In sintesi i due hanno giocato sulla buona fede delle loro azioni. A supporto di tale versione dei fatti, sono i numeri. A loro carico, infatti, sono contestati tre affidamenti ad altrettante ditte vicine al clan Longo, quando, in realtà, sono almeno una ventina i singoli affidamenti a ditte terze da parte della Gival a Polistena. Naturalmente diversa la visione del Gip del Tribuanle di Reggio Calabria che ne ha disposto l’arresto. «Sanno benissimo gli organismi della Gival – si legge nell’ordinanza - quali sono state le vicende della ‘ndrina in argomento, quali gli assalti giudiziari, quale l’intendimento delle forze dell’ordine tendenti a braccare il Longo Vincenzo per assicurarlo alla giustizia. Eppure consapevolemente e volontariamente hanno deciso di sub-appaltare l’intero ciclo di lavorazione dell’appalto pubblico milionario conseguito a ditte e realtà imprenditoriali tutte riconducibili a soggetti appartenenti allo stesso clan». I lavori al centro delle attenzioni investigative, come noto, sono quelli per la ristrutturazione del Liceo scientifico «Renda». Una vicenda che sta suscitando molto clamore a Fondi soprattutto per la figura di Ciccarelli, a lungo consigliere comunale della città della piana. Lui e suo cognato Palermo sono accusati di concorso esterno in associazione mafiosa.
Riccardo Antonilli
Riccardo Antonilli
venerdì 18 marzo 2011
Accusati di aver favorito la 'ndrangheta, ex consigliere comunale e suo cognato in manette
Due fondani sono finiti in manette nell'ambito di un'operazione della Dda di Reggio Calabria. Si tratta dell'ex consigliere comunale Antonio Ciccarelli e di suo cognato Francesco Palermo, ambedue 61enni. Ciccarelli in qualità di geometra della Gival, Palermo come amministratore unico della stressa società, che a Fondi gestisce due cave, una da 180mila metri quadri in via Pantanello e un’altra in zona San Raffaele, oltre a numerosi cantieri in tutta Italia. Sono accusati di concorso esterno in associazione mafiosa. I due sono stati arrestati dagli agenti della squadra mobile di Latina e dagli uomini del commissariato di Polizia di Fondi. Ciccarelli e Palermo, attraverso la società Gival, hanno acquisito appalti pubblici nel Comune di Polistena, in provincia di Reggio Calabria. Fin qui tutto in regola. Poi, però, secondo la ricostruzione degli inquirenti, hanno consentito che i lavori fossero effettivamente realizzati da ditte direttamente riconducibili alla famiglia mafiosa Longo – Versace. Inoltre, al fine di aggirare la normativa antimafia sugli appalti pubblici, hanno fatto risultare come assunti nella società fondana soggetti appartenenti al clan criminale che erano, invece, dei veri e propri imprenditori. In questo modo potevano gestire direttamente i lavori. Tra i diversi appalti, la Gival è stata aggiudicataria, nell'ambito di un'associazione temporanea d'impresa, della ristrutturazione del polo scolastico "Renda" di Polistena. E proprio su tale appalto si sono concentrate le attenzioni della polizia e dei magistrati della Dda, che hanno rilevato delle irregolarità. La Gival ha individuato sul territorio e commissionato i lavori, mediante subappalti di forniture e di servizi, a ditte individuali, imprese e società tutte riconducibili a soggetti appartenenti alla cosca Longo. In totale sono 35 le persone arrestate questa mattina. Tra cui anche altri responsabili dell'azienda fondana: Gianluca Calzaretta 38 anni, geometra della stessa ditta e Francesco Guarini, 26 anni, assistente di cantiere della Gival. Ambedue residenti in provincia di Salerno. Sotto sequestro preventivo due ville residenziali e tredici ditte. Il valore complessivo dei beni per cui sono scattati i sigilli si aggira intorno ai 30 milioni di euro. L’operazione è stata denominata Scacco matto. Gli altri 31 arrestati sono accusati a vario titolo di associazione a delinquere di tipo mafioso, estorsioni, danneggiamenti, furti, detenzione e porto abusivo di armi, anche da guerra ed esplosivi, acquisizione in modo diretto e indiretto di appalti pubblici ed attività economiche, concessioni di autorizzazioni e servizi pubblici, intestazione fittizia di beni. Per gli inquirenti la cosca Longo – Versace avrebbe tenuto sotto scacco tutte le attività illecite a Polistena negli utlimi trent’anni. Un gruppo criminale tanto potente da condizionare sotto ogni punto di vista la propria cittadina. Questo grazie alla forza delle intimidazioni a commercianti e imprenditori. Tornando a Fondi, a fare rumore nella piana, è l'arresto di Ciccarelli, detto Tonino, consigliere comunale eletto nelle liste di Forza Italia, dimessosi nel 2009. Non è la prima volta che l'ex esponente azzurro finisce al centro delle cronache. A luglio 2008 era stato condannato a due anni per l'emissione di false fatture, tra la Cavin, società proprietaria della cava di via Pantanello, e la sopraccitata Gival. Poi assolto dalla prima sezione della Corte di Appello di Roma. Sempre nel 2008 una parte della cava di via Pantanello era stata sequestrata dal Nipaf per irregolarità nello stoccaggio dei rifiuti. Area, successivamnerte, dissequestrata. Ciccarelli e Palermo sono stati condotti presso la casa circondariale di Latina, dove restano a disposizione dell’autorità giudiziaria.
Riccardo Antonilli
Riccardo Antonilli
domenica 13 marzo 2011
Stalking, arrestato dopo l'ultima scena di violenza
Si è reso protagonista di scene di violenza inaudite contro l'ex. Per questo, ieri sera, il 39enne Luigi Cella è stato arrestato dagli agenti del commissariato di Polizia di Fondi. Gli uomini guidati dal vice questore Massimo Mazio sono intervenuti al culmine di quello che è stato l'ultimo terribile atto di un copione fatto di maltrattamenti ai danni dell'ex compagna. Il tutto si stava consumando sotto l'abitazione della donna. Intorno alle 19 di venerdì, il Cella ha cercato di incontrare la 45enne fondana, N.R., con cui aveva avuto in passato una relazione. La donna, che già lo aveva denunciato per stalking, si è chiusa in garage. La rabbia del 39enne a quel punto ha avuto il sopravvento e con un'asta metallica ha prima danneggiato la vettura dell'ex compagna e poi un cassonetto per l'immondizia. Inutilmente alcuni vicini hanno tentato di farlo desistere. Non c'è stato nulla da fare, il 39enne ha continuato a colpire e a minacciare di morte la donna. Il Cella si è fermato solo all'arrivo degli agenti della squadra volante. A carico del 39enne sono stati formulati vari reati: danneggiamenti aggravati, violenza privata, porto abusivo d'arma impropria, oltre allo stalking. Per lui sono scattate le manette. L'arrestato ha quindi accusato una fantomatica terza persona, accorsa a suo dire in soccorso dell'ex compagna, di averlo colpito con una coltellata ad una mano. Le testimonianze dei presenti e della vittima hanno immediatamente permesso di sgongiurare questa ipotesi. La ferita era frutto della violenza con cui aveva inferto i colpi alla vettura e al cassonetto. Portato dai poliziotti al Pronto Soccorso del «San Giovanni di Dio» e sottoposto a tutti gli esami del caso, è stato dimesso e trasportato nel carcere di Latina. Il suo fermo è stato convalidato dal pm di turno, Monsurro.
Riccardo Antonilli
Riccardo Antonilli
Violenza su minore, niente processo
Era accusato di violenza sessuale ai danni di una minorenne. Il giudice per l'udienza preliminare Nicola Iansiti, ieri mattina, ha disposto il non luogo a procedere per Antonio M.. Il giovane fondano, all'epoca dei fatti 18enne, era difeso dall'avvocato Maurizio Forte. Il pubblico ministero Vincenzo Saveriano aveva chiesto il rinvio a giudizio per violenza sessuale. L'episodio per il quale il fondano era finito nei guai risale al 2007. Secondo la ricostruzione della vittima, che al momento del presunto tentativo di violenza aveva appena undici anni, il giovane con altri tre minorenni, l'avrebbero portata in località Toronto a Fondi. Zona buia e isolata e lì avrebbero iniziato a denudarsi. Poi, improvvisamente, a causa di una telefonata ricevuta dal 18enne, il gruppo se la sarebbe svignata. La ricostruzione ha portato il giudice a scegliere di non procedere a carico del ragazzo maggiorenne, in quanto non sarebbe ipotizzabile il reato di violenza sessuale. Non reggeva neanche l'accusa di tentata violenza, in quanto, anche secondo quanto riferito dalla vittima in sede di incidente probatorio, non sarebbe stata toccata dal "branco". La storia non finisce qui. O meglio, il 18enne esce di scena, ma restano protagonisti la ragazza e i presunti aguzzini minorenni. Per loro è in piedi un altro procedimento presso il Tribunale dei Minori. Per l'episodio in cui era protagonista il 18enne e per un altro tentativo di violenza, successivo al primo. Siamo sempre all'estate del 2007. Il gruppo di giovanissimi, a cui secondo la ricostruzione della ragazzi si erano uniti altri amici, avrebbe costretto la giovanissima a soddisfare le voglie sessuali di tutti. Evitiamo l'accadimento nel dettaglio, ma è indicativo sapere che è bastato perché si ipotizzi la violenza sessuale di gruppo che nella nuova formulazione del codice non richiede un rapporto completo. La vittima era rimasta in silenzio fino a circa un anno fa, quando ha rivelato l'accaduto. Da qui partono la denuncia e i successivi accertamenti. Una vicenda complessa, basata sui ricordi di una ragazza che all'epoca dei fatti non aveva ancora compiuto dodici anni. Solo il procedimento giudiziario potrà far luce su quanto accaduto nei presunti episodi di violenza.
R.A.
R.A.
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