Condannato a tre anni e sei mesi, con rito abbreviato, «l'imprenditore giustiziere» Gavino Palitta, che, a maggio scorso, sequestrò e torturò due suoi dipendenti all'interno della sua falegnameria di Monte San Biagio. Il tutto per un sospetto. Il 50enne, infatti, cercò in questo modo di estorcere alle due vittime l'ammissione del furto di un suo furgone. Tentativo inutile, visto che i due non c'entravano nulla. Per riuscirci si fece aiutare da altri due operai rumeni, tra cui Roman Iulian, che ha patteggiato la pena a 2 anni e sei mesi. La posizione dell'altro complice è stata stralciata nel corso del procedimento. Alla fine il folle episodio non sfociò in tragedia grazie all'intervento dei carabinieri della stazione di Monte San Biagio e del Norm di Terracina. Per Palitta, difeso dall'avvocato Enzo Biasillo, e per Iulian, difeso da Ivan Ilardo, i capi d'imputazione erano sequestro di persona ed estorsione. Caduta l'accusa formulata a loro carico in un primo momento: tentato omicidio. Ieri in aula il pm Gregorio Capasso; il Gup che ha deciso le pene, Tiziana Coccoluto.
Tutto era iniziato con una denuncia ai carabinieri da parte del Palitta: alcuni ladri gli avevano portato via un furgone Ducato che lui utilizzava per lavoro. Ai militari l'uomo aveva riferito di avere sospetti su chi gli avesse fatto sparire il mezzo. Anzi, visto quanto accaduto qualche ora più tardi, più che di sospetti si dovrebbe parlare di certezze. Sbagliate, ma pur sempre certezze. Tanto che, impaziente della «soluzione», si era messo lui stesso al lavoro. Così, il pomeriggio stesso, aveva convinto i dipendenti più adulti a dare una lezione ai colleghi più giovani, ritenuti i responsabili del furto. Una lezione a dir poco crudele e che ha lasciato senza dubbio, tracce indelebili nelle vittime. Entrambi i ragazzi infatti erano stati rinchiusi nei locali dell'azienda, picchiati, legati e impauriti a morte con una lama da dieci centimetri con la quale i tre avrebbero anche effettuato un maldestro tentativo di taglio del lobo. Poi con una corda, passata attorno al collo delle vittime fatte salire su uno sgabello e tirate su, avevano continuato nella terribile tortura nel tenataivo di farli parlare ed ammettere il furto. Una confessione mai ottenuta. Per i due la salvezza era arrivata grazie ad un attimo di distrazione dei tre aguzzini. Una delle vittime era riuscita a chiamare il 112 con il suo cellulare e così l'incubo era finito grazie all'intervento dei militari dell'Arma.
Riccardo Antonilli
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