mercoledì 30 novembre 2011

Fondi, Ufficio del Giudice di Pace al collasso

L’Ufficio del Giudice di Pace di Fondi è al collasso. Da tempo si dibatte della questione, ma adesso la situazione sembra essere arrivata al limite. Un dato: ci sono circa mille sentenze non pubblicate. Questo vuol dire che il lavoro dei Giudici è letteralmente invalidato. Tutte le sentenze emesse nel 2010 e in questa prima parte del 2011 giacciono negli uffici. Oltre ai disagi dei cittadini utenti, va considerato che i Giudici stanno lavorando letteralmente gratis. I Giudici di Pace, infatti, sono pagati a sentenza e se queste non vengono pubblicate per loro non c’è alcuna retribuzione. Dunque da più di un anno non percepiscono stipendio. I ben informati spiegano che da maggio 2010 manca completamente il lavoro di cancelleria, quello che permette all’Ufficio di andare avanti e di garantire i suoi servizi. Di tale grave stato di cose sono stati avvisati gli organi competenti, dal Consiglio Superiore della Magistratura e il Ministero della Giustizia, ma, ad oggi, di soluzioni all’orizzonte non se ne vedono. Un passo importante per uscire dall’empasse potrebbe essere quello consentito dalla legge, ovvero che il Comune metta a disposizione un dipendente per ricoprire il ruolo di cancelliere. Anche perché l’amministrazione comunale ben conosce la situazione, approdata in consiglio a settembre scorso per l’ennesima volta grazie al consigliere comunale Arnaldo Faiola. Il primo cittadino, Salvatore De Meo, aveva anche incontrato una delegazione di avvocati e annunciato un incontro con il presidente del Tribunale di Latina. Siamo arrivati a novembre e la situazione sta precipitando.
Riccardo Antonilli

giovedì 24 novembre 2011

Spari contro un'auto nella notte

Quattro colpi di pistola nella notte. Tra lunedì e martedì, ignoti hanno
portato a termine un terribile atto intimidatorio ai danni di un 50enne
di Fondi. I colpi di arma da fuoco sono stati esplosi contro la Renault
dell'uomo, posteggiata in via Capratica. Una contrada litoranea isolata.
Tanto che il proprietario, che secondo quanto si è appreso di mestiere
fa il camionista, si è accorto dell'accaduto solo il mattino seguente.
Del caso si stanno interessando i carabinieri della locale stazione, con
il supporto dei colleghi della compagnia di Gaeta, guidata dal capitano
Daniele Puppin. Per ora emergono pochi dettagli sulle indagini. Le uniche
certezze sono che la vittima dell'intimidazione è un incensurato e che
non ha saputo fornire spiegazioni sull'accaduto. E' probabile che i colpi
siano stati sparati da un'auto in corsa. I militari, infatti, hanno rinvenuto
più di quattro bossoli, segno che i proiettili non sono andati tutti a
segno. Proprio dai bossoli si sta cercando, attraverso le opportune analisi
di laboratorio, di risalire all'arma utilizzata dagli attentatori. Una
delle piste maggiormente seguite, al momento, è quella professionale, ma
è presto per escludere altre ipotesi. Un fatto che richiama alla mente
l'atto intimidatorio avvenuto a Lenola ai danni di un ispettore di Polizia
in servizio presso il commissariato di Fondi. Due casi profondamente diversi,
ma accomunati da un fattore che non può non preoccupare: a Fondi e nel
comprensorio si spara.
Riccardo Antonilli

Residence La Selva, completato il sequestro

Residence «La Selva», completato il sequestro. Ieri mattina gli agenti
del commissariato di Polizia di Fondi, diretto dal vice questore Massimo
Mazio, hanno notificato a venticinque proprietari dei 34 villini gli atti
relativi al sequestro per abusivismo disposto dal Tribunale del Riesame
nei mesi scorsi. Una storia infinita quella dei sigilli a «La Selva». Prima
apposti e poi tolti e ora ripristinati a puntate: ieri l'ultima della serie.
A fine 2010 la Cassazione, accogliendo il ricorso del Pm Giuseppe Miliano,
aveva annullato il dissequestro del residence. Il Riesame, quindi, a maggio
scorso, sulla base della sentenza della Suprema Corte che aveva rinviato
l'esame allo stesso Tribunale, aveva disposto che il residence venisse
nuovamente sottoposto a sequestro. L'8 ottobre scorso il nuovo provvedimento
era stato notificato solo a quattro degli effettivi proprietari, quelli
residenti in loco, perché gli altri, quelli della casa delle vacanze, sono
stati avvertiti in un secondo momento. L'ultima consistente tranche appunto
ieri. Va detto che da questa complessa vicenda giudiziaria resta esclusa
una sola abitazione, in quanto il proprietario, rappresentato dall'avvocato
Francesco Di Ciollo, ottenne tre anni fa l'affidamento in uso. Per i villini
situati sulla Flacca i sigilli scattarono la prima volta a settembre 2008
in seguito alla condanna in primo grado per lottizzazione abusiva emessa
dall'allora giudice del Tribunale di Terracina Aldo Morgigni a carico del
responsabile legale della Icf srl - la società costruttrice del residence
 - e del dirigente dell'ufficio urbanistico del Comune di Fondi, Martino
Di Marco, che rilasciò le concessioni. I sigilli furono apposti degli agenti
del commissariato di Fondi, con il supporto dalla Polizia municipale, sulla
scorta di un'ordinanza emessa dal giudice Morgigni su richiesta del sostituto
procuratore Miliano. L'offensiva della Procura era partita subito dopo
la condanna ad un anno e quattro mesi di reclusione, più il pagamento di
30 mila euro di ammenda inflitta dal Tribunale di Terracina al legale rappresentante della società costruttrice e al responsabile dell'ufficio tecnico comunale che rilasciò le concessioni nonostante la presunta natura abusiva del frazionamento del terreno. Il procedimento penale, ovviamente, non riguarda gli acquirenti dei villini che acquistarono gli immobili dalla Icf, in una fase successiva all'attuazione della presunta lottizzazione abusiva, contestata dalla Procura e avallata in primo grado dal giudice di Terracina. Tanto che proprio i residenti ricorsero immediatamente al Tribunale del Riesame, vedendo riconosciute le proprie ragioni. In sintesi il sequestro durò pochi giorni, poi gli abitanti tornarono nelle proprie case. Ma il Pm titolare è ricorso contro la decisione, portando all'annullamento del dissequestro.
Riccardo Antonilli

sabato 29 ottobre 2011

Frutta taroccata e carne avariata, maxi sequestro e quattro denunce

Spacciavano per italiani prodotti provenienti dall'Africa e dal sud America. In quattro sono stati denunciati dai militari della Guardia di Finanza di Fondi, che hanno sequestrato mezzo quintale di prodotti ortofrutticoli e quasi 400 chili di carne.

Questi i numeri dell'operazione "Made in Italy". Durante tutta la scorsa settimana, nell'ambito dei servizi di controllo economico del territorio, i finanzieri della locale compagnia, guidati dal capitano Fabio Calandrelli, hanno ispezionato una decina di supermercati tra Fondi e comuni limitrofi, al fine di tutelare il consumatore da possibili frodi in commercio grazie alla tracciabilità dei prodotti, che consente di ricostruire il percorso di un alimento per tutte le fasi della produzione, della trasformazione e della distribuzione. In tre casi è stato accertato che i prodotti venivano venduti come provenienti dall'Italia ma in realtà avevano la loro origine in Paesi sudamericani o africani. In particolare, sono stati sequestrati meloni, arance e castagne, i cui cartelli di vendita sottolineavano la provenienza italiana. Sulle cassette di alcuni limoni, inoltre, compariva l'indicazione «limoni di Sorrento», protetti con il marchio Igp. L'esame delle fatture ha però svelato come tutti i prodotti avessero origini ben diverse: Argentina, Sud Africa, Brasile e Spagna. La frutta, su diposizione dell'autorità giudiziaria, è stata consegnata alla Croce Rossa per essere destinata in beneficenza. Le attività di controllo si sono poi spostate sul settore delle carni. Presso una macelleria di Fondi, i militari si sono trovati costretti a richiedere l'intervento della Asl poiché, nel rilevare le giacenze di magazzino, hanno scoperto, all'interno di una delle due celle frigorifere, non funzionante, carne in evidente stato di decomposizione, nonché cassette di plastica contenenti salumi di vario genere con presenza di muffa. Nella stessa cella frigorifera erano posti sotto vuoto, confezionati e pronti per la vendita numerosi prodotti. Per tale motivo le fiamme gialle hanno effettuato anche una verifica dei prodotti del banco frigo immediatamente accessibili alla clientela. Il tutto è stato posto sotto sequestro ed anche in questo caso è scattata la segnalazione all'autorità giudiziaria.
Riccardo Antonilli

martedì 11 ottobre 2011

Raid xenofobi, denunciati tre giovani tra cui un minorenne

Dopo aver passato la notte in discoteca, tre giovani fondani davano sfogo alla propria imbecillità insultando e tirando pietre contro cittadini indiani. I fatti, secondo quanto accertato dagli agenti del locale commissariato di Polizia, si sono ripetuti per tre fine settimana. All’alba di domenica 2, 10 e 17 settembre, G.A. di 21 anni, C.M. di 19 anni e R.G. di 17 anni, tutti fondani, si sono divertiti nel peggiore dei modi. In macchina o qualche volta posteggiati in via Stazione, aprivano il bagagliaio della macchina e iniziavano con il lancio delle pietre contro gli immigrati che passavano in bici per andare a lavoro nelle aziende agricole della Piana. Alla violenza fisica, i tre aggiungevano quella verbale con insulti di ogni tipo, anche a contenuto xenofobo. Ieri mattina la squadra di Polizia giudiziaria del commissariato guidato dal vice questore Massimo Mazio ha dato esecuzione alle perquisizioni domiciliari delegate dal sostituto procuratore del tribunale di Latina, Raffaella Falcione, e dal sostituto procuratore presso il tribunale dei minori di Roma, Fulvio Filocamo, a carico dei tre giovani, già denunciati per lesioni personali aggravate dall’aver agito con finalità di discriminazione ed odio etnico – razziale. Le indagini sono scaturite da alcune denunce presentate da cittadini indiani. Appena ricevute le denunce, gli agenti si sono messi al lavoro sia per identificare gli autori delle terribili aggressioni sia per interrompere tale modus operandi, evitando che ulteriori "raid" potessero avere conseguenze peggiori di quelle denunciate. I tre giovani identificati non hanno precedenti e risultano vivere in normali condizioni di vita familiare. Le parti offese risultano tutte in regole con le norme di soggiorno sul territorio nazionale. Sono tutte persone dedite ad attività lavorative nel settore agricolo e ben inserite nella locale comunità indiana. Nonostante le perquisizioni eseguite nella mattinata di ieri, finalizzate alla ricerca di oggetti atti ad offendere, nonché di emblemi simboli o materiale di propaganda propri per finalità di discriminazione, abbiano dato esito negativo, le indagini continuano per verificare un eventuale collegamento degli indagati con gruppi dediti ad analoghe illecite iniziative. Non si può escludere che gli episodi criminosi possano essere ben più numerosi di quelli oggetto di denuncia. Infatti, potrebbero essersi verificati analoghi episodi di violenza che per motivi diversi, tra cui l’eventuale irregolarità delle vittime sul territorio nazionale, potrebbero non essere stati denunciati. Il primo obiettivo della Polizia adesso è identificare gli altri soggetti che in concorso con i tre indagati si sono resi responsabili delle aggressioni.
Riccardo Antonilli

martedì 20 settembre 2011

I D'Alterio rivogliono i loro beni

Ad aprile la IV sezione della Corte di Cassazione aveva annullato la confisca
dei beni dei D'Alterio, disposta dal Tribunale di Latina al termine del processo «Lazialfresco», relativo a un traffico di droga con snodo principale a Fondi. Adesso il legale difensore di Giuseppe D'Alterio e della moglie Anna Milazzo, l'avvocato Maria Antonietta Cestra ha chiesto un incidente d'esecuzione alla Corte d'Appello di Roma per ottenere la restituzione dei beni. Ai D'Alterio erano stati confiscati conti correnti, immobili e terreni, tra Formia e Fondi, in quanto ritenuti provento di attività illecite. L'avvocato Cestra, nell'appello presentato alla Corte di Appello di Roma, aveva contestato il provvedimento, sia nella forma che nel merito. La III sezione della Corte d'Appello di Roma, esaminando gli appelli contro la confisca presentati sia da Giuseppe D'Alterio e Anna Milazzo che dagli altri imputati in «Lazialfresco» Fabio Criscuolo e Gino Stravato, aveva poi stabilito che il ricorso andava discusso in Cassazione. Trasmessi gli atti alla Suprema Corte, il ricorso presentato dall'avvocato Cestra era stato accolto. Ora sono state rese note le motivazioni, che hanno spinto il legale a proporre l'incidente d'esecuzione. La famiglia fondana di autotrasportatori, va ricordato, è rimasta coinvolta anche nell'operazione «Sud Pontino», in quanto ritenuta legata ai Casalesi per il controllo dei trasporti nel Mof.
R.A.

martedì 13 settembre 2011

Microcriminalità, è allarme

Tre scippi in poche ore, due arresti a Fondi. Dopo una lunga giornata di ricerche, Polizia e Carabinieri, congiuntamente, hanno individuato e fermato due pregiudicati terracinesi. L’indagine è ancora aperta, gli inquirenti stanno verificando se ai due siano imputabili tutti gli ultimi scippi avvenuti in città. L’episodio più rilevante, soprattutto per la violenza, è quello avvenuto domenica sera in pieno centro, in piazza Porta Vescovo. Due donne anziane sono state derubate delle borse e dei gioielli. Una delle due, a causa dello strattonamento dovuto allo scippo, è caduta violentemente a terra e si è rotta il femore. Immediatamente è stata trasportata al Pronto Soccorso dell’ospedale "San Giovanni di Dio", da dove è stata trasferita al "Fiorini" di Terracina. Sul questo caso hanno indagato i carabinieri della locale stazione. Un’altra rapina si è registrata in via Stazione nella giornata di ieri. Vittima del colpo una donna che passeggiava con la sua bicicletta. Affiancata da un uomo a bordo di un motorino bianco, la signora è stata costretta a consegnargli la borsa. Sul questo caso hanno indagato gli agenti del commissariato di Polizia di Fondi, guidati dal vice questore Massimo Mazio. Un paio di giorni fa, ad un’altra donna era stata sottratta la borsa lasciata incustodita nel cestino della bici. I casi, adesso, iniziano ad essere tanti, troppi. Non a caso, alla luce anche dei numerosi furti in abitazione che si sono registrati negli ultimi tempi, qualcuno era tornata chiedere l’istituzione delle ronde cittadine. "Le forze dell'ordine sono insufficienti a controllare il territorio". Per questo il movimento politico Alternativa Fondana ha riproposto all'amministrazione comunale "l'attuazione delle ronde cittadine, richiesta già presentata da tempo sulla scorta di centinaia di firme raccolte fra tanti onesti cittadini, stufi di subire continuamente tali soprusi". Per testimoniare la gravità della situazione, gli esponenti di destra hanno dato un ultimatum: "A meno che non si voglia ricorrere, anche nella nostra città, al rimedio di farsi giustizia da soli, con ovvie pericolose ed imprevedibile conseguenze".
Riccardo Antonilli

mercoledì 27 luglio 2011

Sanatorie false, sequestrato il Maury's

Abusivismo edilizio a Fondi, la Guardia di Finanza sequestra il Maury’s. La struttura realizzata su 1700 metri quadri in cui trova spazio il megastore di casalinghi, per gli inquirenti sarebbe abusiva. Sono stati i baschi verdi del gruppo di Formia, guidati dal maggiore Luca Brioschi, nella mattinata di ieri a dare esecuzione ad un provvedimento d’urgenza, emesso dalla Procura della Repubblica di Latina a firma del pubblico ministero Olimpia Monaco, con il quale è stato disposto il sequestro dell’immobile commerciale di via Diversivo Acquachiara. L’immobile che ospita la rivendita della catena di negozi di prodotti per la casa, sarebbe stato illecitamente costruito e successivamente «sanato» con atti illegittimi. L’attività investigativa delle fiamme gialle, rivolta in particolar modo al controllo economico del territorio e al contrasto dei reati in materia ambientale e di abusivismo edilizio, ha permesso di acclarare che il capannone, costruito negli anni ‘90 senza i prescritti titoli abitativi e non tenendo conto dei vincoli paesaggistici, era stato «sanato» anche grazie a false autocertificazioni e determine dirigenziali, tramutandone la reale destinazione d’uso da semplice «magazzino e servizi» ad «attività commerciale». Tre responsabili sono stati deferiti all’autorità giudiziaria per i reati di abuso d’ufficio e falsità ideologica commessa da privato in atto pubblico. Si tratta dell’ex comandante della Polizia municipale, il generale della Finanza a riposo, Franco Attardi, del dirigente del settore urbanistica del Comune di Fondi, Gianfranco Mariorenzi e il titolare del negozio. Il valore stimato della struttura sotto sequestro ammonta a circa 3 milioni di euro. Un’operazione che arriva poche ore prima dall’approvazione in consiglio comunale del Piano del commercio, uno strumento utile a «fare ordine». Per arrivare a redigere il documento e dopo le polemiche degli esercenti, per i sei mesi appena trascorsi il Comune ha sospeso le licenze ai megastore. Tra questi c’è la catena Lidl, che avrebbe voluto aprire a Fondi e, visto il diniego giunto da Palazzo, è anche ricorsa al Tar.
Intanto, già dal pomeriggio di ieri, i dipendenti del megastore rimasti improvvisamente senza lavoro hanno messo in piedi una manifestazione di protesta con tanto di striscioni.
Riccardo Antonilli

lunedì 25 luglio 2011

Fondi, terra di abusi e nessun abbattimento

Nonostante l’assenza della Goletta intesa come imbarcazione, fermata da un guasto, la storica campagna dell’associazione ambientalista è andata avanti. Ed è significativo che ieri mattina l’iniziativa sia passata per Sant’Anastasia, praticamente davanti al campeggio sequestrato per lottizzazione abusiva. Ma non è solo il Sant’Anastasia ad interessare il presidente regionale di Legambiente, Lorenzo Parlati, e soci.

Nel dossier “Coste Negate” c’è, ad esempio, l’area su cui sorgeva l’ecomostro dell’Isola dei Ciurli, ancora chiusa, ci sono gli abusi sulle sponde del lago, e i villini del residence La Selva. C’è soprattutto un dato: su 90 abusi accertati a Fondi nel 2009, le demolizioni sono state pari a zero. I dati, forniti dalla Regione Lazio, permettono di sapere che nel periodo 2004/2009, Fondi si colloca al 5° posto dei comuni del Lazio per numero di abusi rilevati, con 662 illeciti edilizi, ovvero il 3,10% del totale regionale. Un peso, che aumenta ancora di più, se raffrontato con il dato della provincia di Latina, per cui il comune fondano pesa per il 28,5% sul totale degli abusi commessi negli ultimi 5 anni. Andiamo ad analizzare alcuni “casi”. La vicenda del camping Santa Anastasia è la storia paradigmatica di numerosi campeggi che sorgono sullo splendido litorale fondano. La struttura, nasce come campeggio, per poi trasformarsi, nel corso degli anni, in un vero e proprio villaggio turistico. 13 ettari di fascia costiera, urbanizzati, che hanno via via soppiantato tende e roulotte. Ed ecco, dunque, che lo scorso 20 aprile, gli uomini del Nucleo investigativo della forestale, su disposizione del sostituto procuratore della Repubblica di Latina, hanno fatto scattare i sigilli alla struttura, ipotizzando il reato di lottizzazione abusiva. Ad inizio maggio, poi, il sequestro dell'intera struttura viene convalidato dal gip di Latina Nicola Iansiti e successivamente, a fine maggio, il Tribunale del Riesame respinge il ricorso della proprietà. Ed il 7 giugno la magistratura chiude l'inchiesta, ribadendo, così l'ipotesi accusatoria formulata lottizzazione abusiva, nei confronti del titolare della struttura. L'abusivismo fondano non si caratterizza solo per l'aggressione al litorale, ma passa anche attraverso le colate di cemento ai danni del Lago di Fondi. Nonostante il Lago sia un Monumento naturale, inserito nel Parco dei Monti Ausoni, è ancora vittima di aggressioni. L'ultima, in ordine di tempo, è dello scorso 24 maggio, quando i militari delle Guardia di Finanza di Fondi, su segnalazione pervenuta dai loro colleghi della sezione aerea di Pratica di Mare, nell'ambito di un'operazione volta al contrasto del dilagante abusivismo edilizio, hanno individuato due capannoni di 1000 metri cubi ciascuno, del tutto abusivi.

Incendia l'auto della ex, arrestato

Lasciato dalla compagna , le incendia la macchina. Protagonista del terribile episodio il 29enne di Trentola Ducenta, ma di fatto domiciliato a Fondi, Massimo Gallucci. L'uomo, intorno alla mezzanotte di ieri, dopo un pomeriggio trascorso a discutere animatamente, ha dato fuoco alla vettura dell'ex.

La Peugeot 306 era posteggiata sotto l'abitazione della donna, in via Capua, traversa di via Arnale Rosso. Il Gallucci è passato a bordo di uno scooter e dopo aver cosparso la vettura di liquido infiammabile, le ha dato fuoco, per poi fuggire via. Immediatamente sul posto sono giunti i Falchi della Protezione civile di Fondi che hanno domato le fiamme. Allertati da alcuni passati, gli agenti del commissariato di Polizia di Fondi si sono messi subito sulle tracce del 35enne, fermandolo poco dopo in via stazione. Condotto il commissariato, il Gallucci è stato arrestato e trasferito, nella tarda mattinata, presso il carcere di Latina. A suo carico è stato formulato il reato di “incendio doloso”. Il 29enne è stato anche contravvenzionato ai sensi del codice della strada, poiché il mezzo utilizzato per commettere il reato, era privo di copertura assicurativa obbligatoria.

domenica 26 giugno 2011

A Itri la cava della discordia

Da un lato ci sono i cittadini che continuano a riunirsi, a lamentare i disagi; dall’altro c’è la società che gestisce la cava e che di problemi non ne vede, anzi è passata addirittura alle vie legali. La cava è la San Pellegrino di Itri, la società la Unicalce e il ricorso riguarda il cosiddetto "Piano rumore", approvato nella passata consiliatura dalla massima assise comunale. Un documento che stabilisce le regole cui la cava deve attenersi per non provocare inquinamento acustico e di altro genere. Nonostante le determinazioni del Comune (messe in discussione dall’azienda), gli abitanti delle contrade San Gennaro, Campoli, San Martino, Sant'Angelo, Calabretto spesso hanno dato vita ad assemblee pubbliche in cui hanno presentato i problemi relativi all’inquinamento acustico, alle problematiche ambientali generate dalla cava e dalle polveri che si sollevano con l’estrazione, raccogliendo pareri anche di professionisti. La società, invece, qualche tempo fa ha risposto anche tramite mezzi d’informazione, spiegando che non c’è di che preoccuparsi e annunciando il ricorso alle vie legali contro qual piano che, naturalmente, limita la libertà di lavoro nell’impianto. "La cava – si legge in una nota - non produceva fumo ma solo vapore acqueo. La nostra azienda cura con particolare attenzione tutte le problematiche che riguardano l'ambiente, la sicurezza e il rapporto con tutta la cittadinanza". Rassicurazioni del tutto legittime, che però poco servono alle centinaia di cittadini delle contrade confinanti con l’impianto. In molti si sono rivolti anche ad associazioni ambientaliste, Legambiente su tutte, per dimostrare che i livelli di inquinamento (acustico e ambientale) sono insostenibili per molti. Altro fatto che turba le notti degli itrani riguarda l’estrazione. Nei decenni passati sotto un’altra gestione, la cava lavorava a ritmi definiti da molti "accettabili"; negli ultimi anni, invece, la montagna sta letteralmente sparendo. Tanto che a Itri qualcuno parla di ecomostro, proprio per come l’impianto ha ridotto la zona.
Riccardo Antonilli

giovedì 23 giugno 2011

Sperlonga, sequestrati due autovelox

Due autovelox in dotazione all’amministrazione comunale di Sperlonga sono
stati sequestrati ieri mattina dalla polizia stradale di Latina. Le due
postazioni si trovano lungo la Flacca, in prossimità della galleria di
Sperlonga, in entrambi i sensi di marcia. Il sequestro è stato disposto
dalla Procura di Latina nell’ambito di un’indagine tuttora in corso relativa
ad alcune irregolarità delle postazioni riscontrate dagli investigatori.
"Il settore Polizia locale e l’amministrazione comunale, subito dopo la
notifica degli atti, - spiega la responsabile del settore, Alessandra Faiola
- si sono messi a disposizione dell’autorità giudiziaria, attivandosi nel
frattempo di conoscere i dettagli che hanno portato l’organo inquirente
ad emettere il dispositivo di sequestro preventivo degli autovelox. Si
conferma, in ogni modo, la bontà delle procedure amministrative fino ad
oggi eseguite, improntate sempre nel massimo rispetto della legge e delle
circolari ministeriali applicative che regolano la complessa materia".
Non è prima volta che la questione autovelox di Sperlonga finiscono al
centro del dibattito. A ottobre 2010 il giudice di pace di Fondi annullò
circa 150 multe e condannò il Comune al risarcimento. Immediatamente arrivò
la risposta del sindaco sperlongano, Rocco Scalingi che bollò la sentenza
come: "Piena zeppa di formalismi e tecnicismi senza né capo né coda". "La
decisione del giudice di pace – aveva proseguito il primo cittadino - contrasta
in pieno con il lavoro di altre istituzioni territoriali, che in questi
anni hanno prodotto impegno e investito risorse economiche importanti".
Anche la stessa Faiola e l’allora assessore alla Polizia municipale, Joseph
Maric, intervennero per difendere l’operato dell’ente comunale.
Riccardo Antonilli

lunedì 13 giugno 2011

"Contro di me polemiche pretestuose", Fazzone si difende

L'intervento della sottosezione di Latina dell'Associazione Nazionale Magistrati
che ha «stigmatizzato» la condotta del senatore Claudio Fazzone, «auspicando,
da parte di chi riveste ruoli istituzionali, un alto senso di responsabilità
nell'affrontare le questioni di maggiore interesse», non sono passate inosservate
al protagonista del «caso». Stiamo parlando, ovviamente, di Fazzone, che,
fermatosi a parlare nel corso dell'inaugurazione di piazza De Gasperi con
i lavoratori del camping Sant'Anastasia, aveva detto la sua sull'operato
del pm inquirente. Ora il coordinatore provinciale del PdL replica: «Ancora
una volta mi vedo oggetto di polemiche pretestuose da parte dell'Anm di
Latina che evidentemente si pronuncia senza conoscere i fatti, dimostrando
la volontà di creare una inesistente situazione di conflittualità. Nel
corso dell'inaugurazione - prosegue - sono stato avvicinato con veemenza
dai lavoratori del camping, che mi accusavano di non intervenire contro
il sequestro operato dalla magistratura. Durante il concitato colloquio,
durato oltre mezz'ora, ho risposto ai lavoratori del campeggio che se la
Procura era giunta al sequestro evidentemente erano state riscontrate delle
irregolarità, e rispetto all'operato dei magistrati non sarebbe stato possibile
né giusto un intervento né mio né di nessun altro. Incalzato dai lavoratori
che chiedevano come mai fosse stata sequestrata l'intera struttura e non
solo le realizzazioni abusive, e perché proprio a ridosso dell'estate,
mi sono limitato ad esprimere una legittima opinione: che essendo stato
il reato già accertato si poteva procedere al sequestro in autunno, e comunque
limitatamente alle case mobili abusive». Il senatore, poi, riporta il testo
di ciò che avrebbe detto ai lavoratori: «I dipendenti hanno ragione, ma
le nostre competenze sono limitate. Si fa bene a far rispettare la legalità,
ma si poteva sequestrare non tutto il campeggio ma una sola parte, non
siamo davanti a villette ma ad una attività che esiste da quarant'anni».
Per correttezza di informazione, va detto che dalle registrazioni emerge
anche un dialogo ben più «colorito»: «Qui c'è da parte di un pm un abuso.
Il sequestro che è stato fatto al vostro campeggio non poteva essere fatto,
in quanto i reati che sono stati commessi, sono stati commessi già diversi
anni fa. Lui (riferito al pm, ndr) ha visto quelle maledette case mobili
e ha dato una cosa assurda: la continuità di perseguimento di abusivismo
edilizio e questa è una cosa vergognosa da parte di un pm».
Riccardo Antonilli

Sant'Anastasia, il Procuratore e l'Anm sulle parole di Fazzone

«Quella del sequestro del camping Sant'Anastasia non può in alcun modo considerarsi come una iniziativa abnorme del collega, trattandosi, invece, di un provvedimento giudiziario adottato in via di urgenza da questo ufficio, convalidato dal giudice per le indagini preliminari e confermato dal Tribunale in sede di riesame». Parola di Andrea De Gasperis, Procuratore della Repubblica. Attraverso una nota, il Procuratore di Latina risponde al senatore Claudio Fazzone, che, domenica sera nel corso della cerimonia inaugurale di piazza De Gasperi a Fondi, aveva lanciato pesanti accuse al pm Miliano sul sequestro del camping Sant'Anatasia. De Gasperis ha diffuso la nota per smentire la notizia di un vertice in Procura, convocato proprio in seguito alle
dichiarazioni del senatore del PdL. «Un tale incontro - scrive - attesa la partecipazione del giudice incaricato della fase delle indagini preliminari sarebbe stato quanto meno improprio sia sotto un profilo processuale sia sotto quello ordinamentale». Sulla vicenda è intervenuta anche l'Anm. «La sottosezione Anm di Latina - si legge nella nota sottoscritta dal presidente Raffaella Falcione - si trova nuovamente costretta a stigmatizzare la condotta del senatore Claudio Fazzone che, parlando di fronte a numerosi cittadini intervenuti all'inaugurazione della piazza De Gasperi di Fondi, per protestare contro il sequestro del camping Sant'Anastasia, rendeva dichiarazioni offensive dell'operato della Procura, definendo il provvedimento adottato dal sostituto procuratore un abuso vergognoso strumentalmente commesso in prossimità della stagione estiva. La Sottosezione dell'Anm di Latina rappresenta che
i provvedimenti giudiziari non condivisi dagli interessati sono soggetti ad essere impugnati nelle competenti sedi istituzionali, e che il legittimo diritto di critica, anche quando ha ad oggetto l'operato dei Magistrati, deve comunque essere esercitato rispettando i limiti della continenza verbale, senza scendere sul terreno dell'offesa e sul pericoloso piano della delegittimazione». Intanto la Confcommercio provinciale e la Faita intervengono per chiedere «agli organi preposti, anche in questa fase di indagini in corso, la riapertura anche in via temporanea dell'impresa, considerando soprattutto il possesso delle strutture delle autorizzazioni amministrative e dei requisiti igienico-sanitari previste dalla legge». Ma soprattutto «l'impegno e la collaborazione di tutti i soggetti coinvolti, imprese, lavoratori, associazioni ed istituzioni, per un obiettivo comune e condiviso ovvero quello di rafforzare il turismo all'aria aperta».
Riccardo Antonilli

Sequestro del Sant'Anastasia, Fazzone attacca il Pm

«Qui c'è da parte di un pm un abuso, perché il sequestro non poteva essere
effettuato per il tipo di reato contestato. C'era già stato un sequestro
e poi un dissequestro nel '92. Ora è accaduto che ha visto quelle maledette
case mobili e ha fatto una cosa assurda: ha dato continuità al reato. E'
una cosa vergognosa da parte di un pm». Queste le dichiarazioni del senatore
Claudio Fazzone per cui ieri mattina è scattato un vertice in Procura.
Il procuratore capo, Andrea De Gasperis, il procuratore aggiunto, Nunzia
D'Elia, il sostituto procuratore, Giuseppe MIliano e il giudice per le
indagini preliminari, Nicola Iansiti, si sono confrontati su quanto detto
dal senatore nel corso dell'inaugurazione della riqualificata piazza De
Gasperi a Fondi. Il coordinatore provinciale del PdL, domenica sera, si
era fermato a parlare con i lavoratori del camping Sant'Anastasia, sequestrato
da circa due mesi. Fazzone non aveva risparmiato attacchi alla magistratura
e in particolare al pm Miliano. Parole forti, che non potevano passare
inosservate. Ecco allora che in Procura hanno deciso di valutare quanto
accaduto e se segnalare il tutto al Consiglio superiore della magistratura.
La vicenda del Sant'Anastasia richiama quella dell'Holiday. Anche in quel
caso il reato ipotizzato era lottizzazione abusiva, c'erano dei lavoratori
a rischio e Fazzone si interessò alla vicenda. Un caso che fece «rumore»
proprio per una visita del senatore del Pdl al Gip Giuseppe Cario, negli
uffici del tribunale di Latina, per chiedere informazioni sul sequestro
della struttura. A quel punto la sezione pontina dell'Associazione nazionale
magistrati aveva inviato un documento al Consiglio superiore della magistratura
in cui denunciava l'accaduto e manifestava solidarietà al giudice. Poi
era arrivata la revoca del sequestro, disposta dall'allora procuratore
capo Giuseppe Mancini.
Riccardo Antonilli

venerdì 20 maggio 2011

Camping Sant'Anastasia, dopo il sequestro a rischio 150 posti di lavoro

La storia si ripete. Un paio d’anni fa fu l’Holiday, adesso è il sant’Anastasia. I sequestri dei campeggi che con gli anni si trasformano in villaggi turistici, alla fine fanno delle vittime. Non sono né i proprietari né i clienti, ma i lavoratori. Centinaia di persone che rischiano di rimanere senza occupazione da un giorno all’altro. Con l’Holiday tutto si risolse con il dissequestro della struttura ordinato dall’allora Procuratore di Latina, Giuseppe Mancini; con il Sant’Anastasia siamo ancora agli inizi. Il mese scorso il sequestro, convalidato due settimane fa dal gip. I 150 lavoratori della struttura ricettiva non ci stanno e da ieri mattina hanno iniziato a protestare in difesa della loro occupazione. Con un gazebo in piazza Unità d’Italia, ai piedi del castello baronale, hanno avviato una raccolta firme tra i cittadini. Presente anche il segretario del sindacato che li rappresenta, l’Uiltucs, Gianfranco Cartisano. Il campeggio, che secondo gli inquirenti negli anni si sarebbe trasformato in un vero e proprio villaggio senza le dovute autorizzazioni, dà lavoro a 150 persone, molte delle quali assunte a tempo indeterminato. Il perché della protesta è spiegato nel volantino distribuito ai cittadini. «Perché noi del sant’Anastasia vogliamo e dobbiamo lavorare, perdere oggi il lavoro a Fondi significa non ricollocarsi, rimanere disoccupati. Siamo convinti – si legge nel volantino firmato dai lavoratori e dall’Uiltucs – che nel Sant’Anastasia esiste la buona occupazione che ha creato prospettive alle nostre famiglie e alle imprese di Fondi». Passano dal gazebo anche l’assessore all’Urbanistica e Usi Civici, Piergiorgio Conti, e gli esponenti del Partito Democratico, Bruno Fiore e Rosaria Alfinito. Questi ultimi hanno espresso la loro solidarietà ai lavoratori: «scindendo le vicende giudiziarie da quello che è un disagio sociale».
Riccardo Antonilli

In fiamme il Tode's Café

In fiamme il Tode’s cafè di Fondi. Intorno all’una della notte a cavallo tra mercoledì e giovedì un devastante incendio ha letteralmente distrutto il locale situato su via Appia lato Monte San Biagio. Immediatamente sul posto sono intervenuti i Vigili del Fuoco e i Falchi della Protezione civile. Le complesse operazioni di spegnimento sono andate avanti per cinque ore circa. Alla fine dei conti, della struttura è rimasto ben poco. Ingenti i danni. Sul rogo indagano i carabinieri della locale stazione, a loro
il compito di chiarire cosa sia accaduto la scorsa notte. Il disco pub di circa 300 metri quadri è di proprietà di un fondano, ma da un anno è gestito da un imprenditore di Castellamare di Stabia. In precedenza, quello che allora si chiamava Mokambo, era stato gestito da un altro imprenditore. Accertata la natura dolosa dell’incendio, le indagini, in questa prima fase, non tendono ad escludere alcuna ipotesi. Il gestore, ascoltato dai carabinieri, ha negato di aver ricevuto minacce o di avere sospetti su
chi possano essere gli autori del terribile atto intimidatorio. Ieri mattina i Vigili del Fuoco hanno anche eseguito un secondo sopralluogo alla luce del giorno alla ricerca di inneschi. Dopo un periodo di relativa calma, dunque, torna l’incubo incendi a Fondi. Città che negli anni scorsi ha conosciuto una serie di attentati incendiari senza precedenti. L’ultimo episodio in ordine di tempo che si avvicina per gravità a quello della scorsa notte è la bomba carta fatta esplodere ai danni di un’agenzia immobiliare del centro. Siamo a fine 2010. Per ritrovare altri fatti simili bisognerebbe andare parecchio a ritroso nel tempo, addentrarsi in uno dei periodi più
bui che la città di Fondi abbia conosciuto. Nella Piana già inizia a crescere la preoccupazione.
Riccardo Antonilli

venerdì 6 maggio 2011

Confiscati beni per 10 milioni a Franco Peppe

La Direzione Investigativa Antimafia di Roma, su disposizione del Tribunale di Latina, questa mattina è piombata a Fondi per confiscare i beni dell'imprenditore Franco Peppe e dei suoi familiari. Ad essere confiscati: una villa con piscina, 4 fabbricati, 36 appezzamenti di terreno, numerose quote societarie riferibili a 11 imprese di Roma e Fondi, e rapporti bancari, per un valore complessivo di oltre 10 milioni di euro. Il Peppe, sin dal 1999, è risultato, nel corso delle indagini condotte dalla Dia di Roma, in rapporti di affari tutt'altro che limpidi con la nota famiglia di origine calabrese dei Tripodo, da anni operante nel basso Lazio ed in particolare con Antonino Venanzio. Il sodalizio criminoso era interessato all'acquisto di prodotti ortofrutticoli e alla successiva distribuzione degli stessi proprio attraverso le ditte facenti capo al Peppe, con l'unico scopo di controllare le attività economiche di taluni settori del Mercato Ortofrutticolo di Fondi. Un quadro emerso grazie all'operazione Damasco 2 del luglio 2010 che portò all'arresto di 17 persone tra cui Peppe e Tripodo. Poi, a settembre dello scorso anno, il direttore della Direzione Investigativa Antimafia, generale dei carabinieri Antonio Girone aveva chiesto e ottenuto il sequestro dei beni dell'imprenditore fondano. Adesso, dopo quasi 8 mesi, è arrivata la confisca.

domenica 17 aprile 2011

Tentata violenza sessuale, un pastore in manette

Un pastore 34enne di Monte San Biagio è finito in manette per “tentata violenza sessuale aggravata e lesioni aggravate” nei confronti di una donna. L’uomo è stato arrestato stamane dal personale della squadra di Polizia Giudiziaria del commissariato di Fondi, con il supporto dei colleghi della Volante. Gli agenti guidati dal vice questore Massimo Mazio lo hanno arrestato su disposizione del giudice per le indagini preliminari, Nicola Iansiti.
A fine marzo una donna di 32 anni ha sporto denuncia nei confronti di due pastori di Monte San Biagio che, a suo dire, avevano tentato i abusare di lei, mentre si trovava in campagna per la raccolta. Un racconto terribile quello della 32enne. I due, secondo quanto riferito alla polizia, avevano tentato di avere un rapporto sessuale con le maniere forti, usando un coltello per minacciarla e strappandole con violenza i vestiti di dosso, tentando anche di immobilizzarla a terra per non farla gridare. Nonostante ciò, soltanto il sangue freddo e l’immediata reazione della vittima, avevano evitato il peggio. La 32enne, infatti, era riusciva ad urlare, richiamando l’attenzione di un’altra donna e riuscendo così a fuggire verso casa. Pertanto, sulla base delle descrizioni fornite agli inquirenti, dopo poco tempo gli uomini di Mazio sono riusciti ad individuare i presunti aggressori, riconosciuti dalla vittima, e, grazie anche ad una testimonianza, è stata inviata l’informativa di reato in Procura. Il pubblico ministero Eleonora Tortora ha chiesto al gip un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa in mattinata da Iansiti. In seguito all’arresto è stata anche perquisita l’abitazione del pastore, grazie a cui è stato rinvenuto il coltello che con tutta probabilità è stato utilizzato per intimorire la vittima. Le indagini vanno avanti per individuare il complice.
Riccardo Antonilli

martedì 12 aprile 2011

Sequestrata la villa di Cipriano Chianese a Sperlonga

La Dia di Napoli è piombata a Sperlonga. Gli uomini dell’antimafia hanno dato esecuzione al decreto di sequestro preventivo di beni emesso dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, su proposta del direttore della Dia, il generale dei carabinieri Antonio Girone, nei confronti di Cipriano Chianese. Il 57enne di Parete è un noto avvocato e imprenditore operante nel settore dello smaltimento dei rifiuti, già raggiunto nel marzo 1993 e nel 2007 da ordinanze di custodia cautelare per vicende connesse al traffico di rifiuti e all’appartenenza al clan dei casalesi, attualmente a giudizio con l’accusa di associazione per delinquere di stampo camorristico. A Sperlonga, in particolare, i sigilli sono scattati per una faraonica villa di 21 stanze con annessa piscina. L’operazione di ieri, condotta in collaborazione con la Dia di Padova, ha riguardato anche Franco Caccaro, 49enne di Campo San Martino, comune in provincia di Padova, con precedenti di polizia per reati finanziari, individuato dalle indagini come intestatario di beni e società di fatto riconducibili al Chianese. I beni per i quali il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha disposto il sequestro, sono, oltre alla villa sperlongana, un fabbricato e un immobile siti a Parete, quest’ultimo era utilizzato come abitazione casa della figlia di Chianese ed è dotato di ogni confort tra cui bagno turco, sauna e complesso aeroterapico; una MG B intestata a Chianese; una BMW X5, intestata a Filomena Menale; altre due BMW, una 525 e una 120 D, intestate a Gianluca Lauro; e un capannone industriale sito in Santa Giustina in Colle (PD), intestato alla società Tecnologie per l’Ambiente Srl. Il valore complessivo dei beni sotto sequestro è, secondo stime prudenziali, di oltre 13 milioni di euro. Tornando alla villa di Sperlonga, nel corso delle indagini è emerso che era stata presentata una falsa richiesta di condono edilizio. L’obiettivo era cercare di farla passare per una costruzione ante 1980, quindi sanabile. Dichiarazione smentita dalle indagini della Dia, che ha dimostrato con rilievi aerofotogrammetrici e testimonianze di chi ha effettuato i lavori di ristrutturazione ed ampliamento, che le modifiche alla piccola villa originaria sono avvenute dopo il 1990, e che hanno portato il valore della villa a circa 4 milioni di euro dai 160mila originari. Ma chi è Chianese? Il «re» dello smaltimento illegale dei rifiuti. L’avvocato e imprenditore, attualmente, si trova agli arresti domiciliari perché colpito da un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Napoli il 30 dicembre 2009. Chianese è il protagonista assoluto della penetrazione camorristica nel settore dei rifiuti. Gli inquirenti si sono trovati davanti all’«inventore» del sistema delle ecomafie nella sua declinazione campana. E come se non bastasse, è stato accertato che Chianese ha «saputo adattarsi al mutamento determinato dall’instaurazione della gestione commissariale dei rifiuti, allacciando con il subcommisssario ai rifiuti Facchi un rapporto ora collusivo ora intimidatorio dal quale ha tratto rilevantissimi profitti illeciti». Uno che trasformava la «monnezza» in denaro, guadagnando, negli anni ’90, fino a 700 milioni di lire al mese.
Riccardo Antonilli

sabato 19 marzo 2011

"Abbiamo agito in buona fede", Ciccarelli e Palermo si difendono

Sono stati interrogati ieri mattina Antonio Ciccarelli e Francesco Palermo, i due responsabili della Gival arrestati martedì mattina su disposizione della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria. I due fondani, difesi dagli avvocati Giulio Mastrobattista e Pierluigi Avallone, hanno negato ogni addebito. Ma non solo, hanno presentato anche copiosa documentazione a loro discolpa. Di particolare rilevanza è una lettera che l’ingegner Palermo aveva inviato, in tempi non sospetti, al commissariato e al sindaco di Polistena per avere indicazioni su ditte «pulite» a cui subappaltare i lavori. Lettera presentata al gip, Tiziana Coccoluto, con tanto di copia della raccomandata con cui è stata spedita e ricevuta dell’invio via fax. Una missiva che, come ha detto lo stesso Palermo in sede di interrogatorio, non ha mai ricevuto risposta. In sintesi i due hanno giocato sulla buona fede delle loro azioni. A supporto di tale versione dei fatti, sono i numeri. A loro carico, infatti, sono contestati tre affidamenti ad altrettante ditte vicine al clan Longo, quando, in realtà, sono almeno una ventina i singoli affidamenti a ditte terze da parte della Gival a Polistena. Naturalmente diversa la visione del Gip del Tribuanle di Reggio Calabria che ne ha disposto l’arresto. «Sanno benissimo gli organismi della Gival – si legge nell’ordinanza - quali sono state le vicende della ‘ndrina in argomento, quali gli assalti giudiziari, quale l’intendimento delle forze dell’ordine tendenti a braccare il Longo Vincenzo per assicurarlo alla giustizia. Eppure consapevolemente e volontariamente hanno deciso di sub-appaltare l’intero ciclo di lavorazione dell’appalto pubblico milionario conseguito a ditte e realtà imprenditoriali tutte riconducibili a soggetti appartenenti allo stesso clan». I lavori al centro delle attenzioni investigative, come noto, sono quelli per la ristrutturazione del Liceo scientifico «Renda». Una vicenda che sta suscitando molto clamore a Fondi soprattutto per la figura di Ciccarelli, a lungo consigliere comunale della città della piana. Lui e suo cognato Palermo sono accusati di concorso esterno in associazione mafiosa.
Riccardo Antonilli

venerdì 18 marzo 2011

Accusati di aver favorito la 'ndrangheta, ex consigliere comunale e suo cognato in manette

Due fondani sono finiti in manette nell'ambito di un'operazione della Dda di Reggio Calabria. Si tratta dell'ex consigliere comunale Antonio Ciccarelli e di suo cognato Francesco Palermo, ambedue 61enni. Ciccarelli in qualità di geometra della Gival, Palermo come amministratore unico della stressa società, che a Fondi gestisce due cave, una da 180mila metri quadri in via Pantanello e un’altra in zona San Raffaele, oltre a numerosi cantieri in tutta Italia. Sono accusati di concorso esterno in associazione mafiosa. I due sono stati arrestati dagli agenti della squadra mobile di Latina e dagli uomini del commissariato di Polizia di Fondi. Ciccarelli e Palermo, attraverso la società Gival, hanno acquisito appalti pubblici nel Comune di Polistena, in provincia di Reggio Calabria. Fin qui tutto in regola. Poi, però, secondo la ricostruzione degli inquirenti, hanno consentito che i lavori fossero effettivamente realizzati da ditte direttamente riconducibili alla famiglia mafiosa Longo – Versace. Inoltre, al fine di aggirare la normativa antimafia sugli appalti pubblici, hanno fatto risultare come assunti nella società fondana soggetti appartenenti al clan criminale che erano, invece, dei veri e propri imprenditori. In questo modo potevano gestire direttamente i lavori. Tra i diversi appalti, la Gival è stata aggiudicataria, nell'ambito di un'associazione temporanea d'impresa, della ristrutturazione del polo scolastico "Renda" di Polistena. E proprio su tale appalto si sono concentrate le attenzioni della polizia e dei magistrati della Dda, che hanno rilevato delle irregolarità. La Gival ha individuato sul territorio e commissionato i lavori, mediante subappalti di forniture e di servizi, a ditte individuali, imprese e società tutte riconducibili a soggetti appartenenti alla cosca Longo. In totale sono 35 le persone arrestate questa mattina. Tra cui anche altri responsabili dell'azienda fondana: Gianluca Calzaretta 38 anni, geometra della stessa ditta e Francesco Guarini, 26 anni, assistente di cantiere della Gival. Ambedue residenti in provincia di Salerno. Sotto sequestro preventivo due ville residenziali e tredici ditte. Il valore complessivo dei beni per cui sono scattati i sigilli si aggira intorno ai 30 milioni di euro. L’operazione è stata denominata Scacco matto. Gli altri 31 arrestati sono accusati a vario titolo di associazione a delinquere di tipo mafioso, estorsioni, danneggiamenti, furti, detenzione e porto abusivo di armi, anche da guerra ed esplosivi, acquisizione in modo diretto e indiretto di appalti pubblici ed attività economiche, concessioni di autorizzazioni e servizi pubblici, intestazione fittizia di beni. Per gli inquirenti la cosca Longo – Versace avrebbe tenuto sotto scacco tutte le attività illecite a Polistena negli utlimi trent’anni. Un gruppo criminale tanto potente da condizionare sotto ogni punto di vista la propria cittadina. Questo grazie alla forza delle intimidazioni a commercianti e imprenditori. Tornando a Fondi, a fare rumore nella piana, è l'arresto di Ciccarelli, detto Tonino, consigliere comunale eletto nelle liste di Forza Italia, dimessosi nel 2009. Non è la prima volta che l'ex esponente azzurro finisce al centro delle cronache. A luglio 2008 era stato condannato a due anni per l'emissione di false fatture, tra la Cavin, società proprietaria della cava di via Pantanello, e la sopraccitata Gival. Poi assolto dalla prima sezione della Corte di Appello di Roma. Sempre nel 2008 una parte della cava di via Pantanello era stata sequestrata dal Nipaf per irregolarità nello stoccaggio dei rifiuti. Area, successivamnerte, dissequestrata. Ciccarelli e Palermo sono stati condotti presso la casa circondariale di Latina, dove restano a disposizione dell’autorità giudiziaria.
Riccardo Antonilli

domenica 13 marzo 2011

Stalking, arrestato dopo l'ultima scena di violenza

Si è reso protagonista di scene di violenza inaudite contro l'ex. Per questo, ieri sera, il 39enne Luigi Cella è stato arrestato dagli agenti del commissariato di Polizia di Fondi. Gli uomini guidati dal vice questore Massimo Mazio sono intervenuti al culmine di quello che è stato l'ultimo terribile atto di un copione fatto di maltrattamenti ai danni dell'ex compagna. Il tutto si stava consumando sotto l'abitazione della donna. Intorno alle 19 di venerdì, il Cella ha cercato di incontrare la 45enne fondana, N.R., con cui aveva avuto in passato una relazione. La donna, che già lo aveva denunciato per stalking, si è chiusa in garage. La rabbia del 39enne a quel punto ha avuto il sopravvento e con un'asta metallica ha prima danneggiato la vettura dell'ex compagna e poi un cassonetto per l'immondizia. Inutilmente alcuni vicini hanno tentato di farlo desistere. Non c'è stato nulla da fare, il 39enne ha continuato a colpire e a minacciare di morte la donna. Il Cella si è fermato solo all'arrivo degli agenti della squadra volante. A carico del 39enne sono stati formulati vari reati: danneggiamenti aggravati, violenza privata, porto abusivo d'arma impropria, oltre allo stalking. Per lui sono scattate le manette. L'arrestato ha quindi accusato una fantomatica terza persona, accorsa a suo dire in soccorso dell'ex compagna, di averlo colpito con una coltellata ad una mano. Le testimonianze dei presenti e della vittima hanno immediatamente permesso di sgongiurare questa ipotesi. La ferita era frutto della violenza con cui aveva inferto i colpi alla vettura e al cassonetto. Portato dai poliziotti al Pronto Soccorso del «San Giovanni di Dio» e sottoposto a tutti gli esami del caso, è stato dimesso e trasportato nel carcere di Latina. Il suo fermo è stato convalidato dal pm di turno, Monsurro.
Riccardo Antonilli

Violenza su minore, niente processo

Era accusato di violenza sessuale ai danni di una minorenne. Il giudice per l'udienza preliminare Nicola Iansiti, ieri mattina, ha disposto il non luogo a procedere per Antonio M.. Il giovane fondano, all'epoca dei fatti 18enne, era difeso dall'avvocato Maurizio Forte. Il pubblico ministero Vincenzo Saveriano aveva chiesto il rinvio a giudizio per violenza sessuale. L'episodio per il quale il fondano era finito nei guai risale al 2007. Secondo la ricostruzione della vittima, che al momento del presunto tentativo di violenza aveva appena undici anni, il giovane con altri tre minorenni, l'avrebbero portata in località Toronto a Fondi. Zona buia e isolata e lì avrebbero iniziato a denudarsi. Poi, improvvisamente, a causa di una telefonata ricevuta dal 18enne, il gruppo se la sarebbe svignata. La ricostruzione ha portato il giudice a scegliere di non procedere a carico del ragazzo maggiorenne, in quanto non sarebbe ipotizzabile il reato di violenza sessuale. Non reggeva neanche l'accusa di tentata violenza, in quanto, anche secondo quanto riferito dalla vittima in sede di incidente probatorio, non sarebbe stata toccata dal "branco". La storia non finisce qui. O meglio, il 18enne esce di scena, ma restano protagonisti la ragazza e i presunti aguzzini minorenni. Per loro è in piedi un altro procedimento presso il Tribunale dei Minori. Per l'episodio in cui era protagonista il 18enne e per un altro tentativo di violenza, successivo al primo. Siamo sempre all'estate del 2007. Il gruppo di giovanissimi, a cui secondo la ricostruzione della ragazzi si erano uniti altri amici, avrebbe costretto la giovanissima a soddisfare le voglie sessuali di tutti. Evitiamo l'accadimento nel dettaglio, ma è indicativo sapere che è bastato perché si ipotizzi la violenza sessuale di gruppo che nella nuova formulazione del codice non richiede un rapporto completo. La vittima era rimasta in silenzio fino a circa un anno fa, quando ha rivelato l'accaduto. Da qui partono la denuncia e i successivi accertamenti. Una vicenda complessa, basata sui ricordi di una ragazza che all'epoca dei fatti non aveva ancora compiuto dodici anni. Solo il procedimento giudiziario potrà far luce su quanto accaduto nei presunti episodi di violenza.
R.A.

domenica 13 febbraio 2011

Piazzò una bomba davanti ad un ristorante, condannato a due anni

Sono stati disposti gli arresti domiciliari per il 21enne Adrian Sergiu Cornea. Il giovane di origini rumene,ma residente a Monte San Biagio, nei gironi scorsi, era stato condannato a due anni e al pagamento di 400 euro di multa per aver piazzato la bomba che distrusse il ristorante "Arancio e Cannella" di Roma. I reati a suo carico erano porto e detenzione di materiale esplodente al fine di attentare la pubblica incolumità e danneggiamenti. Difeso dall’avvocato Guglielmo Raso, per lui il pubblico ministero De Cecilia aveva chiesto quattro anni e espresso parere contrario alla misura degli arresti domiciliari. Il giudice del Tribunale di Roma, Pavone, alla fine del rito abbreviato, lo ha condannato a due anni, con i domiciliari. Il giovane era stato arrestato dai carabinieri del Nucleo investigativo di Roma, su disposizione del gip Aldo Morgigni che aveva ipotizzato a suo carico il reato di detenzione e porto di materiale esplodente. I fatti risalgono al 22 maggio 2009. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il Cornea piazzò l’ordigno esplosivo nel ristorante situato via Pianeta Giove, in zona Torrino. Una circostanza ricostruita attraverso il rilievo delle impronte digitali del giovane sui resti della bomba composta con benzina e tritolo e dalla localizzazione del cellulare usato dall’arrestato. Non a caso, l’arresto arrivò diversi mesi dopo il fatto. Un’indagine lunga e complessa, andata a buon fine grazie ai rilievi scientifici. L’ordigno, piazzato davanti all’ingresso del locale, esplose intorno alle 2 e 30 di notte. La deflagrazione distrusse alcuni tavolini all’esterno del locale, una vetrina e la saracinesca. Nell’attentato, per fortuna, non ci furono né vittime né feriti. Il rumeno non era comunque sconosciuto alle forze dell'ordine. Addirittura nel giugno dello stesso anno (quindi un mese dopo il fattaccio) fu fermato dalla Guardia di Finanza mentre si scambiava droga con Said Mader, 23enne fondano di genitori marocchini.

Addebiti fantasma, il giudice di pace di Fondi condanna la Telecom

Il giudice di pace di Fondi ha riconosciuto l'inadempimento della società Telecom Italia, condannandola al pagamento di quanto precedentemente stabilito in sede di conciliazione e all'ulteriore pagamento delle spese legali che l'utente ha dovuto sostenere per vedere riconosciuto il proprio diritto. Ripercorriamo la vicenda con ordine. Nell'ottobre 2007 un consumatore fondano, a causa degli ormai e purtroppo noti addebiti su fattura di costi relativi a collegamenti internet mai effettuati, si è rivolto alla Confconsumatori Federazione Provinciale di Latina dando corso alla normale procedura di reclamo prima e successivamente alla Camera di Conciliazione Paritetica istituita proprio dalla Telecom Italia. In questa sede i conciliatori hanno riconosciuto al consumatore la somma 392,40 euro. Cifra, che nonostante i numerosi solleciti, non è stata mai corrisposta. A questo punto i legali della Confconsumatori hanno provveduto a notificare l'atto di citazione per il riconoscimento di quanto dovuto. Giudizio che ha trovato conclusione positiva con la recente sentenza emessa dal giudice di pace di Fondi, che ha riconosciuto il buon diritto del consumatore condannando la Telecom Italia S.p.A. al pagamento della somma dovuta, degli interessi legali e delle ulteriori spese legali che sono state sostenute.
“Ancora una volta – afferma l'avvocato Franco Conte, presidente provinciale della Confconsumatori - si è dovuti assistere alla prepotenza del gestore telefonico di turno il quale anche avendo riconosciuto il proprio obbligo nei confronti del consumatore, ha comunque continuato a porre in essere comportamenti dilatori e ostruzionistici. E' grave che ogni volta si debba essere costretti a iniziare un giudizio per recuperare una somma dovuta. Allo stesso tempo – conclude - è importante ricordare ai consumatori di non rinunciare mai ai propri diritti e che comunque ci si può rivolgere alla Confconsumatori per ricevere assistenza e consulenza anche a mezzo dei propri legali.”
Riccardo Antonilli

sabato 29 gennaio 2011

Stupro, assolti dopo aver passato dodici mesi dietro le sbarre

Sono stati un anno in carcere, prima di essere assolti dall’accusa di stupro. Quattro indiani, Singh Chet, Singh Daljt, Singh Breabah e Singh Harbret, difesi dall’avvocato Gaetano Coronella, ieri pomeriggio sono stati scagionati, con formula dubitativa, dall’infamante accusa di aver violentato a turno una 25enne di Fondi. Il collegio presieduto da Lucia Aielli, a latere Toselli e Mattioli, dunque, ha messo la parola fine ad una vicenda che da sempre è stata caratterizzata da contorni incerti. La giovane, secondo la ricostruzione degli inquirenti, Simona N., fu prelevata con la forza, portata in un casolare abbandonato e, a turno, fu stuprata dai quattro. Gli extracomunitari erano poi stati fermati. Gli agenti della squadra volante del commissariato di Polizia di Fondi, diretto dal vice questore Massimo Mazio, la sera del 23 gennaio 2010, si erano recati presso piazzale delle Regioni, nel quartiere Portone della Corte. Qui un’amica della vittima dell’allora presunta violenza, aveva chiesto l’intervento della Polizia. Gli agenti, sul posto, avevano trovato Simona N. in un visibile e profondo stato di prostrazione fisica e psicologica, che, in lacrime, aveva riferito quanto accaduto. La presunta vittima aveva raccontato di essere stata prelevata con la forza e violentata, in un’abitazione posta nelle vicinanze del Boschetto, un noto ristorante, ubicato sulla provinciale Fondi - Lenola. I poliziotti non ci avevano messo molto a rintracciare i quattro cittadini extracomunitari, le cui fattezze fisiche corrispondevano alla descrizione resa dalla vittima. Prontamente erano stati fermati e identificati come autori della violenza sessuale di gruppo. I quattro, vista la gravità degli eventi ipotizzati e non escludendo la possibilità di fuga, erano stati tradotti nel carcere di Latina, dove sono rimasti per dodici lunghi mesi.
Riccardo Antonilli

mercoledì 26 gennaio 2011

Condannato il "panettiere-usuraio"

Due anni e otto mesi. A tanto è stato condannato Marco Pistilli, il “panettiere-usuraio” di Monte San Biagio, che dovrà anche sborsare 20mila euro di multa. Questa la decisione del giudice Tiziana Coccoluto al termine del rito abbreviato, a fronte della richiesta del pubblico ministero Vincenzo Saveriano: condanna a quattro anni e pagamento di 10mila euro di multa. La richiesta, inizialmente a sei anni, è stata ridotta per la scelta dell’abbreviato. A favore del Pistilli, difeso dall’avvocato Pasquale Cardillo Cupo, ha giocato anche la restituzione del denaro alle parti offese. Una quindicina di persone a cui l’imputato ha restituito ingenti somme di denaro. Il Pistilli, dopo il primo arresto datato aprile 2009, era stato fermato una seconda volta l’8 maggio 2010. Proprio al secondo fermo si riferisce il processo arrivato a sentenza ieri. Per l’altro, il primo, per cui non si è optato per il rito abbreviato, si tornerà in aula il 3 febbraio. Il nuovo arresto era stato operato sempre dai militari della compagnia di Fondi della Guardia di Finanza su disposizione del giudice per le indagini preliminari Nicola Iansiti, su richiesta del pubblico ministero Marco Giancristofaro. Non va dimenticato che, in seguito al primo arresto, la finanza aveva proceduto al sequestro di alcuni beni del 36enne. Nello specifico si tratta di un terreno e di un’abitazione situati tra Fondi e Monte San Biagio, il cui valore ammonta a circa 300 mila euro; e di alcuni conti correnti. Le indagini delle fiamme gialle di Fondi, guidate allora dal tenente Antonino Costa, erano andate avanti. Arrivando al nuovo provvedimento che si è concluso con la condanna a due anni e otto mesi nei confronti del “panettiere–usuraio”.

domenica 23 gennaio 2011

Famiglia D'Alterio, la Dia chiede la confisca dei beni

La Direzione Investigativa Antimafia ha chiesto la confisca dei beni della famiglia D’Alterio e la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno a Fondi per il 55enne Giuseppe e i suoi figli Luigi, 32anni, Armando (28) e Melissa (30). Tutti e quattro detenuti in carcere con l’accusa di associazione a delinquere di stampo camorristico, illecita concorrenza con violenza e minacce e reimpiego di capitali provento di delitti. Il Tribunale di Latina non ha ritenuto opportuno procedere con il sequestro anticipato dei beni, perché già sequestrati dalla Dda di Napoli a maggio 2010, quanto scattò l’operazione “Sud Pontino”. Una maxi-operazione antimafia che coinvolse mezza Italia e per cui finirono in carcere 67 persone. Solo due conti correnti ed un immobile per cui è stata richiesta la confisca non erano stati “congelati” dall’antimafia partenopea. Della confisca e della sorveglianza speciale si discuterà in Tribunale davanti al collegio il prossimo 17 marzo. Quel giorno i legali dei D’Alterio, Maria Antonietta Cestra, Giuseppe Lauretti ed Emidio Martino avranno modo dimostrare l’eventuale l’infondatezza dei provvedimenti chiesti dall’Antimafia. Come si ricorderà, Armando era stato rintracciato a bordo del proprio camion in Piemonte, mentre gli altri tre erano stati arrestati a casa alle prime luci dell’alba del 10 maggio dello scorso anno, dagli uomini della Dia e del commissariato di Fondi. Per capire qual’è il ruolo attribuito dagli inquirenti alla famiglia D’Alterio nell’ambito dell’operazione che ha svelato il malaffare che sta dietro i trasporti nel settore ortofrutticolo, basta ricordare che nell’ordinanza firmata dal gip Grazia Castaldi la Lazialfrigo della famiglia D’Alterio viene definita una società “controllata” dalla Paganese. La Lazialfrigo, secondo la tesi accusatoria, avrebbe ottenuto una posizione di assoluto dominio nei trasporti lungo le tratte che da Fondi portano al settentrione e al Piemonte in particolare, grazie all’appoggio di Costantino Pagano (il vero perno attorno a cui ruota tutta l’inchiesta). Non si deve dimenticare che un’altra cospicua parte del patrimonio della famiglia era già stato sequestrato nell’ambito di un’altra vicenda che vedeva nel ruolo di protagonisti i D’Alterio e la loro ditta di trasporti: Lazialfresco.

Confiscati tre milioni di beni a Venanzio Tripodo

Sono gli strascichi del “caso Fondi”. I sequestri milionari di beni che si susseguono in città, sono la diretta conseguenza del lavoro degli inquirenti riguardante la presenza della criminalità organizzata sul territorio e sui rapporti intessuti tra questa, il Mof e l’amministrazione comunale.

L’ultimo intervento, in ordine di tempo, è quello della Dia che ha confiscato un ingente patrimonio riconducibile ad Antonino Venanzio Tripodo, uno dei principali imputati del processo Damasco 2. L’uomo è accusato di aver fatto parte di un sodalizio in grado di controllare le attività economiche e commerciali del Mercato ortofrutticolo di Fondi e di condizionarne le attività, piegandole agli interessi del gruppo criminale di cui Tripodo è uno dei vertici. Nel dettaglio la confisca riguarda le società Eurodis Giada srl, Ortofrutta fratelli Peppe, Eurofrutta Peppe srl, operanti all’interno del Mof, oltre ad autovetture e conti correnti per un valore complessivo di circa 3 milioni di euro. Ma per capire il ruolo attribuito dagli inquirenti a Venanzio Tripodo è utile riportare alcuni passagi dell'ordinanza del gip, Cecilia D'Emma: “Nel mercato ortofrutticolo di Fondi Venanzio ha un potere di veto sull'operatività dei commercianti e ha collegamenti con la criminalità siciliana e campana”. E i rapporti tra Tripodo e Franco Peppe (il titolare delle attività confiscate anche lui imputato in Damasco 2) erano stati già analizzati dalla commissione di acceso agli atti del Comune di Fondi, in seguito alla quale il prefetto Bruno Frattasi chiese lo scioglimento per infiltrazioni mafiose del consiglio comunale. Il pool Frattasi sottolineò i “rapporti tra Tripodo Venanzio, fratello di Carmelo e Peppe Franco, titolare di attività ortofrutticola nell'ambito del Mof”. Altri sequestri milionari di beni e conti correnti hanno riguardato i protagonisti di Damasco 1: Vincenzo Garruzzo, Massimo Anastasio Di Fazio e Giuseppe De Carolis, parte dei quali sono stati successivamente confiscati dal tribunale di Latina. Ma questa è un’altra storia.